Horror Vacui: New Wave of Fear

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E’ sempre un piacere parlare di una bella uscita italiana. Il terzo lavoro degli Horror Vacui, New Wave of Fear, prosegue il loro ‘spinoso’ discorso con poche reali innovazioni ma lo arricchisce e completa con un maggior carico emotivo rispetto alla fredda aggressività che ce li faceva riconoscere. La travolgente energia che li caratterizza è sempre presente, ma le ‘lancette’ tendono, stavolta, più che al deathrock, verso un goth in un certo senso più contenuto, occasionalmente persino ‘melodico’, intendendo che, qua e là, la malinconia prende il posto della rabbia distruttiva e tratteggia un’attitudine più dark e meno punk, per fare il punto circa quello che, come ormai si sa, è il loro ‘motto’: ‘Punker than dark. Darker than punk’. Ecco che i nove brani di New Wave of Fear – il titolo rimane comunque all’insegna dell’inquietudine! – risultano quindi totalmente godibili e dotati di una maggiore capacità di coinvolgere, rispetto al passato, mentre il frontman Koppa, alternando momenti di cupo dolore ad altri di rabbia tagliente, appare come una fonte inesauribile di pathos. L’Intro che apre l’album con lugubri note di piano suscita un oscuro senso di sospensione che l’impercettibile fruscio in sottofondo accentua con discrezione; non è che un minuto o poco più, prima che con “Grey Shadows” arrivino sì le tenebre, ma quelle che fanno male: drumming pulsante, chitarra dilagante e l’irruenza della voce fa il resto. La successiva title track è in linea con lo stile abituale dei nostri e propone una chitarra che ‘affetta’ i timpani mentre Koppa domina nella veste di ‘re del caos’ e “Forward”, subito dopo, si presenta con un riff in pieno mood ‘gotico’ abbinato ad un canto di grande carisma ma, al contempo, veramente sofferto. Il quinto brano, “We Are the Ones” opta con decisione per un clima drammatico, come “On the Other Side” che, nonostante la ritmica robusta, offre note di chitarra emozionanti, per non dire struggenti. Quindi, bypassato un altro omaggio al caos (“Behind”), di cui posso solo ipotizzare la resa dal vivo, “Don’t Dance with Me”, il primo pezzo messo in circolazione, è un bell’esemplare del nuovo ‘corso’ melodico, più o meno ballabile e la conclusiva “Upside Down”, procedendo quasi cadenzata nell’inferno scatenato da un indescrivibile impeto vocale e finendo con un piano fra i più depressi, chiude in letterale tragedia un disco che non esito a definire pregevole.

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