Mazut: Atlas

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Ci sono molti modi di sviscerare l’oscurità: alcuni di questi li percepiamo più vicini di altri al nostro modo di sentire, ovvero più prossimi a quelle che sono le ‘tenebre’ della nostra intimità. La musica dei Mazut, duo polacco costituito da Paweł Starzec e Michał Turowski che, quest’anno, pubblica l’album Atlas, è di certo intrisa dei colori della notte, ma resta ben lontana dall’anima, chiusa in un involucro che la rende un’entità isolata come specchio, freddo e ostile, della spietatezza del mondo in cui viviamo, se soltanto riusciamo, non dico a farla nostra, ma quanto meno a riconoscerla. ‘Rumore ritmico analogico’ è la definizione che i due danno delle loro composizioni, ma le tre parole, da sole, non rendono l’idea del gelo di questi suoni ‘tecno-sperimentali’, costantemente tormentati dai ritmi più ossessivi che si siano mai sentiti, combinazioni elettroniche più vicine alla natura delle macchine che a quella umana, tanto che a volte sembra di ascoltare il clamore di un’industria metalmeccanica oppure, più semplicemente, il fragore della centrifuga della lavatrice, ma di certo non musica. Con il canto praticamente inesistente, queste sonorità per lo più ripetitive fino all’incubo, visioni di paesaggi vuoti e privi di qualsiasi pathos rendono piuttosto impossibile distinguere una traccia dall’altra delle nove presenti e non rimane, così, che abbandonarsi al ‘flusso’ che, proseguendo per oltre cinquanta minuti, finisce inevitabilmente con il coinvolgere, disorientando e ‘tempestando’ l’ascoltatore e, in qualche modo, portandolo fuori da sè. E, se arrivare in fondo al disco richiede un atto di coraggio, brani come il sesto, intitolato, forse non a caso, “)))))))))))” rappresenta una parentesi di umanità, regalando due minuti di note di piano, meste ma non proprio armoniose, come fosse un richiamo alla vita che più ci appartiene o, semplicemente, alla normalità.

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