Simple Minds: Walk between Worlds

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La nostalgia è un sentimento comune a molti di noi: ecco perchè non potevamo ignorare i Simple Minds e il loro ultimo lavoro, Walk between Worlds. Vari anni sono passati da New Gold Dream e quasi quattro dall’ottimo Big Music: la carriera della mitica band ha avuto fasi alterne, ma è riuscita a mantenere costantemente un livello rispettabile, diversamente da altri ‘fenomeni’ di quella generazione. Questo disco non smentisce la tradizione: come molti hanno osservato, mancano brani memorabili o, quanto meno paragonabili alle glorie del passato, tuttavia, in Walk between Worlds sono attestati professionalità, impegno e il desiderio di mantenere i legami con il pubblico che i Simple Minds si sono conquistati in quasi quarant’anni di attività e il risultato è da apprezzare, anche se magari non è più presente la creatività degli inizi. Infatti, come si è letto, la maggior parte dei pezzi proviene dalla preparazione di dischi precedenti: si tratterebbe quindi di materiale risalente a qualche anno fa. Si comincia con la bella “Magic”: new wave a gogo nello stile degli scozzesi, tastiere scintillanti, limpida chitarra e andamento fluido, di certo uno dei brani migliori del lotto. Anche la seguente “Summer”, con le sue sonorità sognanti e le sfumature funky a loro care, risente della ‘luminosità’ dell’esordio mentre “Utopia”, pur volgendo a forme più rilassate di pop, ne fornisce una versione elegante e articolata. Ma l’arrangiamento più composito si rivela, a detta di tutti, quello di “The Signal And The Noise” con suoni aggraziati e generalmente non banali, per quanto risultino qua e là un po’ troppo leggeri: i collegamenti con l’epoca d’oro sono comunque evidenti. Ma non mancano episodi in cui l’anima pop porta a soluzioni eccessivamente ‘facili’ – come “In Dreams” – o vagamente leziose – i coretti e il mood ‘orchestrale’ di “Barrowland Star”, sovraccaricata anche da un assolo di chitarra nella seconda parte – mentre la title track ripropone la formula lieve e ricercata di cui si è detto prima. Infine, la conclusiva “Sense of Discovery” ha lasciato tutti interdetti per la somiglianza con “Alive And Kicking” ma, a mio avviso, non è da condannare; dei tre pezzi bonus dell’edizione deluxe menziono soltanto la cover dal vivo di “Dirty Old Town” di Ewan MacColl, del tutto in linea con le inclinazioni ‘folkeggianti’ del gruppo, già sperimentate in altre occasioni.

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