Urze de Lume: As Árvores Estão Secas e Não Têm Folhas

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Mi sono innamorata al primo ascolto del terzo album di questo gruppo neofolk lusitano, che ha l’immenso pregio di cercare (riuscendoci egregiamente) il proprio stile in questo filone, con il quale ha in comune le armonie crepuscolari e i profondi riferimenti alle tradizioni, ad un passato, – cito le loro splendide parole – “l’anima sopravvissuta di un’era nella quale l’uomo e la natura camminavano mano nella mano, con rispetto per la terra, l’occulto e le sue origini”. Queste radici si concretizzano anche nella loro musica, alla quale, la ribeca, le cornamuse ed altri antichi strumenti conferiscono uno stile unico ed inconfondibile. È un album prevalentemente strumentale, forse perché di fronte alle emozioni qualsiasi parola è riduttiva, per cui si cerca di trasporle in una musica che riesca a trasmetterle e a farle comprendere direttamente al cuore.

Veniamo ora ai pezzi che compongono As Árvores Estão Secas e Não Têm Folhas, aperto da “Sobre Folhas de Carvalho” dove il suono della pioggia, mischiato ad un rumore di passi muta nel scrosciare di un ruscello, come per rappresentare il ciclo infinito della Natura in eterno divenire, dove il tempo scandisce le mutazioni. Segue la title track “As Árvores Estão Secas e Não Têm Folhas”, un ipnotico e malinconico giro della ribeira sul quale si inseriscono in un sottile ma intenso gioco di chiaroscuri altri strumenti, che conferiscono al brano un’impronta fortemente emozionale. In “Prenúncio de Gelo” sull’intro vicino al classico canone neofolk si reinserisce la ribeira, con una musica vicina a quella del pezzo precedente, accompagnata da uno strumento a fiato che apporta un tocco unico, brumoso, sul quale si staglia la voce, che recita profonda dei versi.

In “Da Tua Ausência” gli accordi si dilatano, accompagnati da un suono dalle tonalità più luminose e leggere, come pensieri che si librano verso ricordi per supplicarli di colmare il vuoto lasciato dall’assenza di cui parla il titolo, mentre nel cuore si alternano la gioia di rivivere dei momenti felici e la nostalgia per averli perduti.

“Solidão” è aperta da un corno che sovrasta il rumore di pioggia, evocando un vento che si eleva dal passato con la sua voce per penetrare nei pensieri di un uomo che si interroga sul tempo che gli resterà da vivere, espressi dal poetico testo di Ricardo Brito.

“Fantasmas das Horas Mortas” si apre con un gufo che bubola su un crepitio di fuoco. La musica che segue ha le cornamuse come strumenti nettamente predominanti, per un effetto che fa affiorare la visione di antichi balli attorno al fuoco, danzati dai fantasmi che nelle ore dei morti tornano sulla terra.

“Encruzilhadas” inizia riprendendo il tema del pezzo precedente, ma qui la cornamusa e le percussioni hanno delle tonalità molto più pesanti, cupe; forse un’ultima, metaforica danza tra antichi e viventi prima che ritornino al mondo a cui appartengono.

“Sombras no Vento” è un pezzo acustico gravido di malinconica tristezza, tanto da evocare in me lo sguardo degli uomini delle Ere Antiche sul mondo moderno ed il suo perdere l’anima nella materia; qui il corno antico suona come l’eco, incomprensibile per i più, dei loro pensieri affidati al vento.

“Margens do Rio Outono” è più lenta, come a trasmettere un senso di serenità, armonica comunione ritrovata in un angolo incontaminato della Terra, le acque del fiume del titolo: forse la mestizia del finale esprime la presa di consapevolezza del valore di quanto si è perduto o è rimasto dimenticato per molto tempo.

“Entardece em Mim” diffonde delle atmosfere crepuscolari, declinate nelle loro sfumature dai vari strumenti che impreziosiscono la melodia di base e donano ulteriore enfasi al profondo testo declamato su queste note, come per suggerire che il parallelo con la natura di quest’album è quello tra l’autunno e la maturità umana, quando il pensiero si sofferma sul momento in cui abbandoneremo le nostre spoglie mortali, come gli alberi le foglie ormai secche.

“Longa é a Noite” si apre con una melodia suadente, come una ninna nanna che parla di re e principesse di tempi remoti, guidandoci attraverso il silenzio della notte, il tempo per mettersi all’ascolto del proprio cuore, dei suoi sogni e delle sue tempeste emotive.

“Alvorada de Destroços” chiude il disco con gli stessi suoni dell’ouverture; il cerchio si è compiuto, ed i passi qui sembrano allontanarsi e mi fanno pensare ad una specie di “The Eternal” strumentale, dove la processione che si allontana è descritta “cinematicamente” con i suoni che percepirebbe chi riposa dopo essere stato accompagnato nel suo ultimo viaggio, sulle note di una cornamusa che suona un addio o un arrivederci in un’altra dimensione.

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