Exitmusic: The Recognitions

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La musica degli Exitmusic rispecchia, come molti hanno evidenziato, l’intensa relazione – oggi, a quanto pare, conclusa – fra i due fondatori, Aleksa Palladino e Devon Church, poichè praticamente ogni brano contiene elementi palesemente romantici, emanando un tangibile senso di tristezza che si trasmette direttamente a chi ascolta, suscitando parecipazione ma non necessariamente malessere. L’impostazione folk cara a Church si percepisce in questi suoni semplici e suggestivi, mentre la voce di Palladino, ben conosciuta negli States come attrice di telefilm, rivela insospettate ‘nuances’ e toni sognanti che sanno farsi strada negli animi sensibili e comunque toccare anche quelli di coloro che, d’abitudine, non amano l’ethereal o il dream pop. In realtà, The Recognitions che riflette proprio, a quanto si sa, la crisi sentimentale fra i suoi autori, è un ascolto per niente banale e, nella sua profonda malinconia, molto piacevole. L’opener “Crawl” è sicuramente la più dark del lotto, pervasa com’è da un atmosfera fredda e drammatica: dopo un sinistro esordio in sordina, irrompe un’angosciosa intensità alimentata dai tormentati toni vocali e da una chitarra insolitamente vibrante. Poi, in “Iowa” il clima diviene più pacato e, musicalmente, più vicino al folk, ma i colori si fanno assai spenti e prevale quel senso di totale desolazione cui si accennava e che, generalmente, è sempre presente. Subito dopo, bypassato il mood lievemente ‘sospiroso’ di “Closer”, troviamo la bella “Gold Coast” strutturata su una ricca serie di eteree note, come di arpa, mentre il canto della vocalist sembra giungere da lontano e, ancora, “To The Depths”, dominata da un doloroso languore. Nella successiva “I’ll Never Know”, quindi, l’infelicità pare defluire in armonie più ‘dreamy’, mentre “Criminal” sperimenta una formula più ‘densa’ e meno ‘flautata’ con la presenza di robuste linee ‘sintetiche’ e sfumature di disperazione nella voce. Infine, la variegata “Trumpets Fade”, con la sua alternanza di note arpeggiate e momenti più ricchi e complessi, e l’intensa tristezza di “The Distance” e del suo prezioso piano, concludono con struggente quanto elegante espressività un bel disco, che consiglio alle nature romantiche e malinconiche.

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