Soft Kill: Savior

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Il trio statunitense Soft Kill – Tobias Grave, Conrad Vollmer e Owen Glendower – ha appena pubblicato un album che sta ottenendo grande attenzione. Si tratta di Savior: dieci tracce di postpunk dalle linee cupe e sensibili e pervaso di un’aura drammatica che lo rende estremamente coinvolgente. La band, di cui si hanno notizie fin dal 2011, negli ultimi anni, con il passaggio alla Profound Lore Records e un’intensa attività live, si è conquistata un certo seguito anche al di fuori degli USA, grazie soprattutto all’utilizzo non convenzionale dei canoni del postpunk che rende la loro musica più distinguibile e meno ‘seriale’ di altri prodotti legati al revival di questi anni. Savior, inoltre, è un lavoro assai ispirato, nato in una circostanza delicatissima della vita del frontman Grave, e le sue atmosfere oscure rispecchiano chiaramente lo stato d’animo tormentato dell’autore. Apre “Swaddle” con chitarre sostanziose, ritmica incalzante – la batteria non passa certo inosservata… – e la voce straordinariamente carismatica del nostro che emerge sia in questo contesto ‘energetico’ che in quello, invece, piuttosto melodico e malinconico della seguente “Trying Not to Die”, che richiama alla memoria i White Lies della fase migliore. Poi, “Bunny Room” rappresenta uno degli apici emotivi dell’album, con la chitarra piena di tensione e il canto che gronda letteralmente pathos e, subito dopo, la title track esordisce con le note dolorose di una chitarra che ricorrono tutto il tempo e sembrano suggerire il parossismo dell’affanno, evidente, oltre che nella parte vocale, anche nell’asciutto finale. Quindi, bypassato il momento teso, piuttosto che patetico di “Missing” e lo scenario accorato di “Changing Days”, troviamo il clima sempre mesto ma un po’ più lieve di “Dancing on Glass” e l’intensità triste di “Cry Now, Cry Later”, ove il basso è sostenuto ma la chitarra pare davvero lamentarsi. Le due ultime tracce, “Do You Feel Nohing”, uno degli episodi più significativi e “Hard Candy” con l’andamentato cadenzato e le chitarre ‘muscolose’, concludono dunque un disco che merita tutto l’interesse che ha suscitato.

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