Stella Diana: 57

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Il nuovo lavoro degli Stella Diana, 57, contiene undici brani coinvolgenti quanto magnetici, prova dei positivi traguardi raggiunti dalla band partenopea che, con il suo impegno e la sua determinazione, ha contribuito a rendere grande il filone shoegaze nostrano, ormai ampiamente conosciuto anche a livello internazionale. La formula degli Stella Diana raccoglie varie eredità derivanti dalla loro formazione musicale e, ovviamente, dalle loro passioni: le sfumature new wave dell’ottimo basso di Giacomo Salzano, i momenti ‘dreamy’, quasi eterei, ben padroneggiati dal vocalist Torre o i paesaggi vagamente ‘siderali’ che, qua e là, si affacciano fra le visioni ‘estatiche’ evocate dalla sua magica chitarra. Pensiamo all’opener “Lurine Rae”, con le sue luminose note di chitarra subito seguite da passaggi più robusti e drumming energico, come a rendere più vivido e meno evanescente il sogno che con essa ha inizio, cui il canto aggiunge sostanza lirica. La seconda traccia, la straordinaria “Naos”, sposta il baricentro sul basso e la chitarra si fa più ‘tagliente’ mostrando, come si diceva, insieme al ‘retrogusto’ oscuro, la vicinanza alla tradizione wave; “Iris” rimane in ‘zona’ optando, comunque, per un mood ‘pensoso’ e malinconico più che depresso fino alla ‘ripresa’ vivace della metà del brano e “Harrison Ford” – l’ispirazione ‘cinematografica’ si può dire sia una costante dei nostri – volge decisamente a un dream-pop di classe. Ma “Ludwig” – altro pezzo bellissimo! – propone suoni meno leggeri e più ‘corrucciati’ e introspettivi, con il basso che diviene cupo e la chitarra che mantiene la caratteristica liquidità, di nuovo con una cesura al centro prima del ‘rilancio’ energico; “Elaine” è un amalgama magico di tristezza e sensibilità, arricchito da una ritmica gentile. Poi, “Do Androids…”, che vede la collaborazione di Sebastian Lugli, fondatore e chitarrista dei Rev Rev Rev, si riappropria di sonorità shoegaze di taglio classico mentre “Mrs Darling” abbina scenari onirici a robuste note di basso e, dalla seconda parte, a orizzonti di ampio respiro. In chiusura, per “Der Sandmann” possiamo parlare di tenebrosa e densa atmosfera wave con un grandissimo basso al centro e “Lost Children” conclude con tetra, ipnotica intensità un disco che reputiamo fra i migliori di questi primi mesi del 2018. I pochissimi secondi di “Caves”, infatti, non sono che la ‘coda’ del sogno che si disperde nello spazio.

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