Nine Inch Nails: Bad Witch

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Capitolo finale della trilogia di EP costituita anche da Not the Actual Events e Add Violence, ma classificato da Reznor &Co.come un album in tutto e per tutto, Bad Witch contiene poco più di trenta minuti di musica suddivisa in sei tracce, generalmente considerate molto significative per la band. L’impianto del disco mostra le caratteristiche già evidenziate in relazione agli altri due EP, in primis un’attitudine di totale libertà e la volontà di sperimentare senza condizionamenti, affidandosi esclusivamente, nell’ispirazione, a pochi riferimenti dettati dalla sensibilità anche se non necessariamente legati alle scelte stilistiche del passato. Che David Bowie sia uno di questi, non è una nostra idea audace ma è stato evidenziato dalla maggior parte della critica e, del resto, il fatto che la strada di Bowie e quella di Trent Reznor si siano in varie occasioni incrociate ormai è storia. Bad Witch è un’opera un po’ triste: la rabbia industriale è diluita, qua e là, in passaggi più lenti, quasi melodici e la freddezza dello scenario, stavolta, ha valenza meno ostile e gioca, forse, maggiormente sulla ‘distanza’, mentre il generoso utilizzo di uno strumento come il sassofono, rarissime volte presente in passato e lontanissimo dalle abituali forme espressive dei NIN, è un riuscito esperimento, l’’iniezione’ di nuova, emozionante sostanza anche se, sicuramente, non di ‘calore’. La prima traccia “Shit Mirror” ostenta la veemenza tradizionale dei NIN abbinata alla frenesia del ritmo: suoni grezzi e chitarre incombenti ne fanno un brano ad alta capacità di coinvolgimento. La seconda, “Ahead of Ourselves”, non allenta la tensione e punta sulle già note ardite dissonanze che sono un po’ il marchio di fabbrica del gruppo, mentre la strumentale “Play the Goddamned Part” è un efficace esempio dell’abbinamento fra i suoni del sax, ‘maneggiato’ da Reznor in persona con grande risolutezza, e i rumorismi ‘industrial’, con effetti assai freddi, che ricordano il jazz sperimentale; “God Break Down the Door” è decisamente vicina all’ultimo Bowie ma, anche qui, non mancano momenti di assoluta alienazione metropolitana. Ma è il secondo brano strumentale, “I’m Not From This World”, a fornire il miglior saggio di ossessiva ‘veemenza’ industriale, fra stranianti sonorità ambient e rumorismi super-minacciosi, mentre l’ultimo, “Over and Out”, lungo quasi otto minuti, ha struttura variegata e complessa – si noti, ancora, l’originalissimo uso del sax e l’insolita intensità del canto, che di nuovo si avvicina a Bowie! – e conclude con grandissima classe e profonda malinconia un album sorprendente, che non si può non apprezzare.

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