Soho Rezanejad: Six Archetypes

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L’esordiente musicista danese Soho Rezanejad ha pubblicato quest’anno un album molto particolare, Six Archetypes. Le quattordici tracce appaiono divise in gruppi – The Guardian, The Orphan, The Seeker, The Russian, The Idealist e The Prostitute – e influenzate dai generi più ‘dark’ – soprattutto postpunk e darkwave – con efficaci basi elettroniche, mentre la voce mostra inquietanti analogie con le tonalità tese e angosciate di Nico. L’opener “Pilot: The Guardian” inizia in contesto ampiamente ‘atmosferico’ con il canto che giunge da celesti lontananze, in un progressivo quanto suggestivo arricchirsi di elementi eterogenei. La seguente “Reptile” oscilla fra ritmica tribale e tessitura complessa, legate dall’intensa, splendida parte vocale, quindi, bypassato il brevissimo intermezzo ‘cinematico’ “Searching (The Orphan)”, troviamo l’accorata “Greed Wears A Disarming Face”, oltre sette minuti di visioni oscure e ‘gotiche’ in stile Dead Can Dance, mentre il canto richiama Nico sempre più. Bella e toccante anche la successiva “Voices In Archetypes: The Seekers” che, in poco più di un minuto, con originalità contamina  elettronica e nervatura ‘orchestrale’ e termina con un inatteso applauso e nulla al mondo può ‘battere’ in malinconia “December Song”, che sembra lentamente dilatarsi nell’anima. Poi, “The Russian” ‘gioca’ con sonorità ‘classicheggianti’ in modo insolito e variegato e presenta inoltre una della migliori prestazioni vocali in questo disco; “Intermezzo”, tenebrosa e straniante nella ripetitività di certe forme e la ritmica ipnotica, offre una versione della darkwave inusuale e fantasiosa mentre “Actor’s Monologue” abbina ‘parlato’ veemente a minacciosi suoni elettronici. Delle restanti tracce, delle quali ben tre durano pochissimo e paiono, più che altro, fulminee concretizzazioni di un’emozione, è doveroso menzionare la conclusiva “Elegie”, l’inno nazionale del Consiglio Nazionale di Resistenza dell’Iran che l’artista, originaria da quel paese, esegue in farsi accompagnata dal sitar, a chiudere con un pathos indescrivibile – chi ricorda l’inno nazionale tedesco cantato da Nico? – un album di grandissimo interesse.

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