Speciale “Sense8”: serie del cuore

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Il finale speciale di due ore l’abbiamo visto già da parecchi giorni e noi fan di Sense8, la serie delle sorelle Wachowski decisamente entrata nella storia delle produzioni televisive, non riusciamo a staccarcene. Raramente si parla di televisione, qui su Ver Sacrum, chi ci segue sa che fu fatta una – giustificata! – eccezione per la prima serie di True Detective che, nel 2014, mostrò come fosse possibile realizzare un film a puntate di alto livello artistico e con una regia cinematografica: il pubblico casalingo era maturo per questo, non esistevano solo gli amanti dei reality show! Da allora, in verità, si sono viste numerose serie di valore, girate con cast stellari da registi importanti, tanto che è divenuto imprescindibile per la critica occuparsene regolarmente. Sense8 delle sorelle Wachowski, però, è qualcosa di diverso: parliamo di un’opera d’arte ‘globale’ e, quest’anno, diviene doveroso ricordarla perchè, se la prima stagione risale al 2015, proprio nel 2018 la serie ha irrevocabilmente chiuso i battenti.
Di norma, descrivendo una pellicola, si cerca di esaminare i vari aspetti che la compongono – scrittura, regia, attori, messaggio etc. – o, quanto meno, quelli che si ritengono più degni di attenzione. In Sense8 questi elementi sono connessi in un complesso inscindibile che investe piani differenti, dall’arte alla filosofia, dalla sociologia alla politica, il tutto reso in un linguaggio nell’insieme accessibile e di fortissima presa emotiva. Una storia così complicata è quasi impossibile da raccontare e inoltre il suo significato non è limitato ad una narrazione con un inizio, uno sviluppo ed una fine, perchè il contesto si arricchisce di continuo, anche se in modo graduale, fino a raggiungere dimensioni smisurate, praticamente… universali. Infatti, in Sense8 c’è il mondo intero. Prima di tutto dal punto di vista geografico, poichè le vicende dei protagonisti includono, in sostanza, ogni continente conosciuto, e poi per la profondità dei temi. Il quadro dell’azione non potrebbe essere più vario, in quanto ciascuno dei personaggi, pur concorrendo allo svolgimento degli eventi che lo coinvolgono, porta con sè la propria storia, che prosegue la sua evoluzione anche quando partecipa a momenti comuni. Sembra complicatissimo e, in effetti, lo è: le sorelle Wachowski hanno l’abitudine di mettere alla prova in primis l’intelligenza del loro pubblico, se vogliamo pensare a Matrix o a Cloud Atlas.
Will, un poliziotto di Chicago, Nomi, una donna transgender di San Francisco, Riley, DJ islandese di stanza a Londra, Wolfgang, berlinese dall’oscuro passato, Kala, scienziata di Mumbai infelice nel matrimonio, Lito, attore messicano costretto a celare l’omosessualità, Sun, donna d’affari di Seul con una situazione familiare pesante, ai quali si aggiunge l’autista africano Capheus: nulla parrebbe legare questo gruppo di persone lontanissime fra loro che, per altro, non si sono mai incontrate. Ognuno ha la propria vita, in genere estremamente problematica e delicata, che il pubblico si abitua a conoscere progressivamente nella prima stagione, dopo l’enigmatico inizio – che si chiarirà in una fase successiva – con una delle figure più controverse, l’ultraterrena Angelica, interpretata da Daryl Hannah. Ciascuna delle dodici puntate fa riferimento a un personaggio, il personaggio è caratterizzato da una qualche forma di disagio che gli rende difficile relazionarsi con l’ambiente in cui vive e, infine, ognuno di questi ambienti presenta delle specificità connesse a fattori storici, sociali, culturali: la mentalità borghese dei suoi congiunti impedisce a Nomi di manifestarsi come è realmente, mentre Lito è costretto a sacrificare l’amore per il suo boyfriend Hernando alla riuscita professionale; Kala in India accetta di sposare un uomo non scelto da lei così come a Sun in Corea viene addirittura imposto di rinunciare a libertà e dignità per il bene dei componenti maschi della famiglia… dalle storie degli ‘otto’ emerge, comunque, un dato fondamentale valido per tutti e cioè che non si tratta di tipi ordinari. La conferma arriva dalle ‘visioni’ che, in circostanze diverse, gli interessati hanno e che svelano un contatto telepatico tra loro, al punto che essi possono vivere ciascuno momenti della vita dell’altro. Hanno bisogno di qualche ‘disavventura’, i nostri eroi, prima di comprendere di quale straordinaria caratteristica siano dotati e quanto grande sia il suo potenziale, ma una volta impadronitisi del meccanismo, questo si trasforma in una fantastica opportunità per cambiare in modo irreversibile la loro esistenza, ampliando a dismisura l’ambito dell’esperienza e consentendo di esplorare la più incredibile forma di relazione umana che sia possibile instaurare con qualcuno. Infatti non è un’amicizia e non è amore, non si tratta di un’infatuazione e neanche di una dipendenza: un tale, indefinibile legame mette in crisi e, se vogliamo, lo ‘decostruisce’, il concetto stesso di identità personale, mutandolo in quello di un’inedita sensibilità corale, attraverso la quale si modifica profondamente la percezione di ogni fatto, anche i più intimi e privati, che possono essere straordinariamente ‘con-vissuti’ con il gruppo. Bellissime ed emozionanti sono, per esempio le scene di sesso ‘collettivo’, in cui l’eccitazione di qualcuno si ‘estende’ agli altri con modalità, che non possono davvero essere descritte – ma le immagini si esprimono da sole! – e analoghi momenti condivisi ricorrono continuamente.
Se già questo ‘groviglio’ di vicende basterebbe per creare non so quante puntate di una serie, in realtà in Sense8 accade molto altro, che troverà maggior spazio nella seconda stagione, ma che, fin dall’inizio, si delinea mediante le figure chiave della già citata Angelica e del misterioso Jonas impersonato da Naveen Andrews. Perchè se i ‘sensate’ – così si chiamano gli individui in grado di comunicare telepaticamente – esistono, una ragione deve per forza esserci, e starà ai nostri eroi rintracciarla e penetrare la ‘rete’ che li circonda e che li porterà, più di una volta, in situazioni di grande pericolo. Qui le Wachowski, in particolare Lana che, sola, ha ‘firmato’ la seconda stagione, hanno potuto sfruttare la loro infinita esperienza e riconosciuta abilità di registe ‘navigate’ per creare avventure mozzafiato e circostanze ricche di suspense. Le sequenze ad alto tasso di ‘ansia’ sono numerose, tali da soddisfare qualsiasi amante degli ‘action movies’, e, per i protagonisti, dipanare il complicato intreccio di complotti orditi dal perfido Whispers diverrà via via sempre più centrale, nonostante l’interesse per le loro vicissitudini e i rapporti interpersonali non venga mai meno; vi sono passaggi in cui la ‘densità’ narrativa è tale da costringere lo spettatore all’attenzione più concentrata, perchè rinunciare anche ad un semplice dialogo significherebbe perdersi in un labirinto.
Il fatto che il pubblico, a questo punto, fosse ormai più che ‘fidelizzato’ non ha comunque impedito alla produzione di interrompere la serie, nonostante l’idea dei suoi autori fosse di portarla avanti per almeno cinque stagioni. Impossibile prevedere se il successo che ha ‘incoronato’ le prime due avrebbe potuto durare per così tanto tempo; in ogni caso, la decisione di Netflix che, fino a quel momento, aveva sponsorizzato il progetto, è stata accolta da molte proteste. La scelta di placare i ‘malumori’ permettendo la realizzazione di una speciale puntata finale della durata di ben due ore ha soltanto in parte lenito la delusione di doversi separare dai deliziosi protagonisti di Sense8. La chiusura, andata in onda su Netflix lo scorso otto giugno, non ha risolto tutti i dubbi nè completamente ricomposto i ‘fili’ della trama: era solo possibile, a quel punto, portare a compimento almeno alcune delle vicende via via avviatesi e dare una conclusione affrettata – o ambigua – alle altre. Dal momento che il disegno dei personaggi aveva incontrato tanta simpatia da parte del pubblico e, in fin dei conti, a loro le registe avevano affidato l’elemento importante – il messaggio – presumibilmente si è preferito privilegiare l’aspetto umano e relazionale, ricongiungendo amanti divisi, appianando dissapori e donando agli spettatori tristi un generale ‘happy ending’ che alleviasse la malinconia dell’‘addio’. Del resto, più che nelle cacce e negli inseguimenti, il contenuto di Sense8 sta nel valore di pochi, semplici concetti: ‘diverso’ è bello e la pluralità è una ricchezza, amore e libertà devono andare di pari passo senza tralasciare il rispetto e, infine, Amor vincit omnia. Di questi tempi, non saprei immaginare un ‘insegnamento’ più prezioso.

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