Autumn: Chandelier

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Al rientro dopo un ventennio circa d’inattività, gli Autumn (dalla bella Minneapolis, MN) affidano le loro istanze alle mani dotate di William Faith (che curò la lavorazione di “The hating tree”, esordio del ‘96), il quale mostra lungimiranza ed idee chiare, facendo aprire il disco da una “Beginnings” che fa atto di divozione nei confronti proprio dei Faith and the Muse, cedendo financo a tentazioni calligrafiche che si rivelano infine assai piacevoli. Ma la successiva “The maiden’s child” marca subito le distanze da un raffronto troppo impegnativo, Julie Plante è brava ma non è certo la divina Richards, concedendo inoltre questo motivo parecchi punti ai nostri amati The Spiritual Bat, autentici campioni del death-rock più autorale. “The fall” è un altro episodio di classe, ecco che emerge il mestiere, come nella eterea “Soulsong” ove un pianoforte discreto fa bella mostra di sé. In altri frangenti, come “At summer’s end”, “Away”, “My last confession” il terzetto potrebbe osare di più, non difettando in quanto a qualità perché non farne un meno parco uso, invece che ricorrere al comodo alibi del risultato sicuro? “From under the waves” è intrisa d’una aura teatrale che le soluzioni sintetiche adottate su vasta scala pur troppo tendono a stemperare, belle le chitarre rutilanti (di Neil McKay) figlie del brit-sound che striano “Damage” e “Shadow girl 2”, assistite da un basso pulsante (Jeff Leyda) come tradizione impone; anche il canto di Julie contribuisce alla fine tessitura dei pezzi, in una eccellente amalgama che fa risaltare ogni singolo ingrediente di un impasto eccellente. Le ballate pianistiche come “Just before the storm” lasciamole ai Queen, manca il colpo di genio, quella naturale inclinazione alla grandeur che impedisce al brano di scivolare su d’una patina di melassa. Non fatevi poi ingannare dall’intro “a la Muse” di “White light”, assai piacevole e pretenzioso quel che basta, intriso di autocompiacimento che è assolutamente giustificato, considerata la carriera dei nostri. Il finale ci serba una “A vow worth keeping” dal piglio austero, finalmente gli Autumn mettono al bando ogni dubbio e calano sul tavolo la carta “pesante”: non una singola nota fuori posto in una versione più “ruvida” dei FatM. Buona vena confermata dalla title-track che chiude la rentrée degli americani, due brani sui quali potrebbero capitalizzare le future mosse. La contabilità finale segna otto tracce di qualità, una da cassare (perdonatemi, ma il remix di “The fall” non mi è piaciuto proprio, a che servono questi esperimenti?), sei comunque sufficienti, per un rientro da un lungo iato nulla v’è da recriminare. Chandelier si farà apprezzare anche sulla distanza, teniamone intanto conto per le “classifiche” di fine anno.

 

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