Kælan Mikla: Mánadans

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Dopo il successo riscosso da Kaelan Mikla, vede la luce quello che doveva essere il primo lavoro – mai uscito ufficialmente su CD o vinile – del trio islandese Kælan Mikla. L’album contiene brani nati fra il 2013 e il 2015, incisi su cassetta e ripresi ora dall’etichetta canadese Artoffact Records, grazie alla quale avranno il rilievo che meritano. Per i fans del gruppo, Mánadans rappresenterà sicuramente una rivelazione ed una prova: esso, infatti, contiene musica abbastanza diversa da quella che abbiamo incontrato in Kaelan Mikla, vicina, come si era visto, ad uno stile darkwave cupissimo, con suoni freddi e angosciosi rinvigoriti da ‘risvolti’ insoliti e innovativi, oltre che dalle voci inconfondibili di Laufey Soffía e Sólveig Matthildur Kristjánsdóttir, oscillanti fra malinconia e strazio. Qui, a dominare lo scenario, è l’ispirazione death rock dalla quale, come si è letto, le tre erano partite: meno malinconia, forse, ma piuttosto rabbiosa disperazione, un basso che martella accostato al canto distante oppure, spesso, a urla o falsetto che hanno fatto paragonare l’ugola di Matthildur a quella di Anne Clark o, addirittura, di Diamanda Galás … in sostanza, Mánadans ha tutti i numeri per emozionare. Apre in sordina “Lítil Dýr”, in un paesaggio desolatamente triste tratteggiato da una mesta chitarra, finchè a circa metà brano, un brusco cambio di rotta condotto da un basso veemente introduce il primo dei tesissimi momenti vocali che contribuiscono a fare di questo album un’esperienza sconvolgente. Poi, dopo la brevissima “Næturdætur”, che procura un intermezzo da brividi, la splendida “Mánadans” entra di prepotenza con il suo basso spettacolare e il più minimale degli arrangiamenti diviene la cornice magistrale per il pathos della parte vocale; “Umskiptingur” appare quindi come una ‘sghemba’ ballata pervasa di un’oscura grazia in cui il canto riversa tenebrose sofferenze e “Yndisdráttur” è anch’essa minimale e incentrata sulla ‘policromia’ delle voci. La seguente “Ekkert Nema Ég”, seppur scandita con decisione dal basso, risulta fra le più melodiche mentre “Ástarljóð”, che continua con struttura ‘scarna’ e andamento cadenzato, nel suo affannoso incalzare esala un’indescrivibile drammaticità; la bella “Ætli Það Sé Óhollt Að Láta Sig Dreyma” esordisce con una pausa dal sapore folkeggiante che, se non rasserena certo lo spirito, concede un attimo – ma solo un attimo! – di respiro prima che la ritmica ritorni pressante e il canto ci trascini nel solito tormentoso vortice, fino alla pacata chiusura. Infine, superata l’ipnotica e un po’ svagata “Reykjavik Til Stadar” ecco l’insuperabile “Kalt”, qui nella sua versione originaria che, tuttavia, non si discosta troppo da quella presente nell’album Kaelan Mikla: un piccolo gioiello wave vicino alla tradizione ma lontano anni luce dalla banalità, con il canto denso di pathos e di angoscia, a concludere un disco cui gli ammiratori e non delle islandesi non dovrebbero rinunciare.

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