Burning Gates: New moon

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Il gothic rock gode di ottima salute. Le recenti pubblicazioni di Sensorium e degli eccezionali October Burns Black (peccato che trattasi di “semplice” ep, è comunque da vertice della top ten di fine anno) rafforzano uno stile pronto ad inglobare elementi più raffinati, come nel caso di The Eden House, insieme che ha impresso al genere una svolta decisiva avvalendosi di collaborazioni di assoluto valore pur rimanendo fedele alle origini, senza snaturare la proposta e dosando attentamente le sostanze. L’ala inglese attenta alla tradizione (anche se ridotta ad un manipolo di artisti che interagiscono tra loro sotto diverse sigle), quella americana che mostra una vitalità sorprendente (The Drowning Season, Astari Nite, Shadowhouse, The Rope). Eppoi l’Italia, che certo non si limita al ruolo di comprimario.

Reunion. Termine che mi fa rabbrividire, significante risveglio di dinosauri annoiati che rimettono assieme cocci sparpagliati sul terreno della vanità o dell’usura fisico/mentale, così tanto per rivivere antichi fasti appannati, confinati in un angolo della memoria, magari con il corredo di clamorose rappacificazioni. No, non ce la faccio proprio (o meglio devo compiere un deciso sforzo di auto-convincimento) ad avallare simili celebrazioni. Preferisco le cantine semibuie e chi sul palco brucia ogni energia, perché tanto domani sarà un giorno come mille altri, ed allora meglio scorticarsi le mani e far sanguinare le orecchie. Sì, lo ripeto, è l’epica del rock’n’roll, ridere in faccia alla ragione, al destino, alla Morte.

Diciassette anni da Wounds, ma i Burning Gates ci hanno mai “realmente” lasciati? Certo, recenti sono le pubblicazioni di una raccolta e di un “live”, ma quelle magari servono da ripasso. Qui pesano cuore ed anima, che Michele Piccolo possiede oltre misura. Quando parli con lui, lo fissi negli occhi, ti par di percepire il vibrare di corde ataviche, rende appunto epica la narrazione di cos’è stato e di cos’è tuttora. Ci sono stati Ordeal by Fire, From the Fire (fuoco, che monda dai peccati e cancella tutto, ma dal terreno bruciato la Natura rinasce purificata e più forte), ma i Burning Gates erano sempre lì, sullo sfondo. Tetragoni ad ogni folata corruttrice del Tempo. Un concetto prossimo all’immortalità, perché questa, volenti o nolenti i puristi, è Arte. Si ricompone così il quadrato, con Michele, Daniele Tartaglia che ha accumulato una serie di presenza in gruppi albionici che elencarli tutti mi costringerebbe a chiudere qui l’articolo, Andrea Cannella che sul nuovo disco compie un lavoro letteralmente impressionante, e Davide Bo che possiede un battito assolutamente classico, rievocante Killing Joke e Death Cult. Nomi fra altri da tenere bene a mente, quando trattasi di Burning Gates.

New moon, la “luna nuova” che indirizza scelte ed abitudini che noi moderni abbiamo ormai obbliato. Rinascita, ciclo che si perpetua, ogni Tradizione contiene un riferimento ad essa. Diciassette anni da “Wounds” e ventidue da “Risvegli”, poi appena inserisci il dischetto nel lettore e parte ”Whatever’s left of me” tutto s’azzera. Ed è una corsa folle che prosegue con ritmo infernale fino alla conclusiva, lenta e solenne “Eyes”, brano intriso d’un lirismo cerimoniale, forse una delle canzoni più incisive mai composte dal complesso torinese. Il suo composto morire asciugandosi lentamente nel corso dei suoi sette minuti e mezzo scarsi eleva il concetto di epica gotica fino alla sua sublimazione. E’ un canto ancestrale, è il commiato di colui che lascia questo mondo per uno forse migliore, che comunque mai nessuno ha conosciuto. E’ quell’epopea fantastica che solo The Fields of the Nephilim hanno saputo ri-scrivere, traendola direttamente da antichi testi che, siano esistiti o meno, costituiscono un fondamento irrinunziabile. Corrusco tramonto vichingo sulle rocce di Vinland, piangendo chi è perito nel corso della traversata.

L’apertura è imponente. Su “Aurora borealis” i Burning Gates si esibirono in una rispettosa ed aderente all’originale versione di “The wait” dei Killing Joke, una delle pietre angolari sulle quali hanno edificato il proprio suono. Fatto di chitarre indomite, d’un percussionismo tribale e d’un basso instancabile. Si, il wall-of-sound, questa è “Whatever’s left of me” che a “The wait” deve qualcosa. “Adandonment” veste un taglio classico, la voce di Michele potrà piacere o meno, ma è peculiare nel suo declamare liriche tagliate con l’ascia della rabbia. Finale grandioso aperto da una chitarra che sale, fino al silenzio che giunge a troncare tutto. In diverse vesti “Oceans of time” e “Fields of rape” erano già state inserite in “Through the oceans of time” dei From The Fire (Michele con Fabrizio Busso), la seconda come “Within a war (fields of rape)” era già presente su “All is lost” degli ObF, “Time will crawl” nel tributo “The dark side of David Bowie” del 2000 (SPV Records), ove i BG si mostrano rispettosi ma non ossequiosi, perché l’essere servili non è nella loro natura, anche se magari converrebbe: è in tutto e per tutto un brano a la BG! “New moon”, la title-track e “Falling” rendono ancor più saldo il legame con il passato, proiettandosi verso un auspicabile futuro, perché sarebbe un peccato se tutto tornasse a fermarsi. Intrecci furenti di note, con Davide e Daniele a farsi carico del sostegno alle fughe di Andrea e di Michele. Credetemi, provo sincera commozione ascoltando questa musica, ed è coinvolgimento, mica demenza senile (lo auspico almeno!). Non si può rimanere indifferenti di fronte ad “Only the memories” ed alle parole che ne compongono il testo, memorabile esemplare di scrittura, un’invocazione ringhiosa di chi cade per rialzarsi, o la tumultuante cavalcata “nephiliana” di “Unbridgeable”, traccia che non cede alle lusinghe della foga, incanalandola e facendone una eccezionale arma di risonanza. La produzione, curata dagli istessi BG e da Marco Milanesio, rende il costrutto ancor più solido, eliminando ogni crepa ed evitando che la distanza provochi qualche cedimento. Meno di cinquanta minuti suddivisi in dieci brani, perfetto.

Se qualche dubbio potrebbe avanzare, è lecito che ogni uno accolga (non giudichi, a questo ci penserà qualcun altro…) New moon a seconda delle sue personali inclinazioni. Certo che un disco, qualsiasi disco, non deve piacere per forza a tutti. Questo in particolare è rivolto ad una fascia di fruitori ben delineata. E non è un peccato originale, tutt’altro. Non v’è dispersione, è spontaneo, anche le riletture di “Fields of rape” e di “Oceans of time” paiono appena composte, inserendosi in un contesto rodato. E quando entrerà “Eyes”, con il suo portamento austero, allora se “amate” il gothic-rock non potrete non unirvi alla cerimonia. Non è una commemorazione bensì è reiterare un rito definito da codici che ad un estraneo potrebbero apparir rigidi ed immutabili, ma se resistono da anni un motivo ci sarà. Perché questa è l’epica del rock’n’roll. (L’ho già scritto altre volte, lo so). Burning Gates, Ordeal by Fire, From the Fire, ancora Burning Gates. Il Fuoco… Come il poeta vergò, “fumar le pire igneo vapor”…

 

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