“Dark crimes” di Alexandros Avranas: greci a Cracovia

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E’ stato letteralmente – e, in parte, ingiustamente – massacrato dalla critica l’ultimo film di Alexandros Avranas, regista dell’indimenticabile Miss Violence del 2013. Purtroppo, la delusione maggiore nasce dalla fondamentale implausibilità della sceneggiatura che, pur rifacendosi ad un fatto di cronaca effettivamente svoltosi in Polonia, sembra sovrabbondare di incongruenze e di lacune: l’assenza di fluidità e di coerenza ‘opprime’ visibilmente il disegno dei personaggi nonostante un cast di tutto rispetto comprendente, fra gli altri, Jim Carrey e Charlotte Gainsbourg, si impegni, spesso riuscendoci, a valorizzare.
I presupposti per un thriller appassionante, comunque non mancano: la vicenda trae ispirazione da un articolo di David Grann intitolato True Crime: A Postmodern Murder Mystery e dedicato all’omicidio di un uomo d’affari, Dariusz Janiszewski, del quale fu incolpato, a distanza di anni, lo scrittore Krystian Bala. Curiosamente – e nella pellicola l’aspetto è ben evidenziato – a carico del presunto assassino esistevano poche prove significative, a parte il dato, cui la polizia attribuiva il maggior peso, di essere autore di un romanzo che rispecchiava interamente la sordida storia. Il film rielabora liberamente la cronaca per ricavarne un torbido noir. Inevitabile che qui, come in altri esempi del genere, siano presenti topoi ricorrenti nei polizieschi di ogni tempo, tanto che, tutto sommato, appare inutile sottolinearlo – benchè  molti l’abbiano fatto –  in quanto si tratta di una tradizione ormai consolidata ove le ‘novità’ possono consistere al massimo in ‘artifizi’ della regia o ‘virtuosismi’ di altro tipo; nulla di simile si può, in verità, rilevare in Dark Crimes, e la direzione di Avranas si rivela esattamente come noi già la conoscevamo: asciutta, agganciata al reale, sincera e con evidente attenzione alla fotografia, curata con abilità dal polacco Michal Englert.
Si deve osservare che il trasferimento dall’Atene di Miss Violence a Cracovia mal si adatta all’immaginario del regista, nonostante il suo sguardo, in entrambe le location, si appunti su squallidi scorci di periferia. La ‘calienti’ atmosfere greche appaiono tuttavia più vicine alla sua sensibilità, mentre il deprimente, umido grigiore della Polonia, per quanto non privo di una sua suggestione, suscita l’idea di un ambiente convenzionale, da ‘giallo’, effettivamente già molto ‘rivisto’ in analoghe storie al cinema: con ogni evidenza, Avranas ha voluto mantenersi fedele alla vicenda di partenza adeguandosi al reale, come previsto dallo script di Jeremy Brock.
Niente da obiettare, comunque, circa le performance degli attori principali: poichè la costruzione dei personaggi appare sufficientemente curata e ben strutturata, il loro lavoro ha potuto essere apprezzato nonostante le problematiche legate alla storia. Pregevole l’interpretazione di Carrey – qui in un ruolo decisamente insolito che i fan di The Mask avranno forse accolto con perplessità – che dimostra di sapersi ‘riciclare’ con competenza nei panni del poliziotto in cerca di riscatto, diviso fra l’innata onestà e le pulsioni negative presenti nella sua natura, fra una vita personale senza calore e il desiderio di concludere la propria carriera con un trionfo: sì, il cinema è pieno di figure del genere e l’analogia con il Nicholson de La Promessa magari non va a suo favore, ma gli occhi tristissimi con i quali Jim Carrey si guarda costantemente attorno sanno trasmettere, come poche altre volte si è visto, sconforto e desolazione, tanto da far pensare involontariamente alla forma depressiva con la quale l’attore ha lottato, si spera con successo, nell’ultimo periodo della sua vita. Quanto alla protagonista femminile, la Gainsbourg ne ha fatto l’ennesima incarnazione di donna ‘spezzata’, oppressa da un dramma troppo grande per lei: per fare una battuta, sembra che il regista l’abbia ‘pescata’ in Nymphomaniac e l’abbia trasportata direttamente in Dark Crimes, ma al di là delle ovvie differenze fra la Joe di Lars von Trier e la Kasia di Avranas, il ruolo di quest’ultima, come l’altro, le si adatta – e le riesce – perfettamente. La valida prova dei due interpreti – si veda a tale proposito anche la scena finale, forse scontata nello svolgimento, ma abbastanza intrigante nei suoi risvolti di ambiguità – sicuramente non fa dimenticare le ‘magagne’ del lavoro di Avranas, ma in parte ne compensa i difetti, restituendo dignità al film e al regista.

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