Deca: fra l’anima e l’infinito… Intervista a Federico de Caroli

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Strano a dirsi, sembra che nessuno si sia, finora, accorto, di Deca su queste pagine, se non, forse, tanto tempo fa. Una lacuna, sicuramente, visto che gli è bastato creare la ‘colonna sonora’ di ‘Diario Ermetico‘, l’ultimo lavoro di Psycho Kinder, per suscitare interesse e instillarci il desiderio di approfondire la ‘conoscenza’. Perché quegli ‘accompagnamenti’, abbinati, come negli altri album del progetto, ai suggestivi versi del nostro Alessandro Camilletti, pur senza distogliere dall’ascolto delle liriche, catturano l’attenzione, imponendosi accanto alle parole. Si è, così, letteralmente aperto un mondo: una carriera incominciata negli anni ’80 dopo un diploma di pianoforte, la produzione di oltre dieci album – e parliamo solo di quelli firmati ‘Deca’ – fra il 1986 e il 2017, di ambient e di quasi tutte le ‘correnti’ dell’elettronica, la pubblicazione di colonne sonore. Ha composto musica, ha scritto libri e persino saggi di teoria musicale, tenuto recital, collaborato con altri artisti e prodotto i loro lavori: un percorso da ‘primo della classe’, punteggiato da riconoscimenti di ogni tipo, però è rimasto … di ‘nicchia’. Per riparare alla nostra involontaria omissione, abbiamo preso contatto con lui per chiedergli quello che, in realtà, avremmo dovuto già sapere in precedenza, soprattutto con riguardo a ‘Isole Invisibili’, un raffinato album di solo piano, a volte due – di questi tempi quasi un anacronismo – che, uscito l’anno scorso e, sfortunatamente, da noi trascurato, ha regalato al suo autore molte soddisfazioni, una risposta inattesa, svariate interviste e recensioni stellari. Tutte meritatissime. E da ‘cinque stelle’ anche la disponibilità che ha dimostrato nel parlare con noi.
Ripercorrere in dettaglio le pubblicazioni di Deca sarebbe sicuramente troppo lungo, ma non vogliamo perdere l’occasione di dire qualcosa di questo ‘Isole Invisibili’ che, pur essendo un disco dai toni in un certo senso, ‘confidenziali’ ha fatto ‘irruzione’ anche in ‘scene’ di solito non interessate a sonorità di stampo classico/romantico, imponendosi con la semplicità dei capolavori. Vi si trovano quindici tracce strumentali eseguite al piano: un contesto lineare e disadorno che il piano sembra tuttavia riempire a dismisura, consentendo all’intimità del musicista di ‘traboccare’ all’esterno, nello spazio, attraverso le sue dita, ampliando dimensioni e prospettive da un lato, coinvolgendo l’ascoltatore e la sua interiorità dall’altro. I paesaggi sono per lo più pacati e pieni di malinconia, occasionalmente anche con risvolti oscuri, nei quali ci si immerge, ritraendosi a fatica quando il piano tace. Dei brani, alcuni appaiono strutturati in forma più composita (“Isole Invisibili”, “Polvere di fragole”, “Strade diverse”, “Onde allo specchio”, “Malinconie di settembre”, “Dreamotion”, “Amarance”) con melodie e soluzioni sonore più elaborate. Un ascolto puntuale rivela l’uso di due pianoforti che Deca ha registrato in studio separatamente ‘unendoli’ in un secondo momento: i suoni appaiono qui non propriamente sperimentali, ma di certo singolari e ricchi di ‘armonie’ insolite, per le quali si fa tesoro, forse, della lunga pratica su tastiere più ‘ostiche’. Gli altri pezzi, invece, puntano sulla scelta minimale, per creare momenti di intimismo struggente. Trattandosi di un album, come si diceva, strumentale, nulla si sa circa la genesi della musica se non per la scarna indicazione che ci giunge dai titoli: poco importa, in realtà, perchè ‘appropriarsi’ di brani come Penombre” o “Riflessi”, a mio avviso fra i più intensi e toccanti, è anche troppo facile e la loro suggestione fa presa su di noi e non ci lascia andare, come succede, giusto per fare un esempio illustre, con la musica di Wim Mertens, non a caso uno dei ‘numi tutelari’ di lui.
Difficile, se non impossibile, spiegare nei dettagli tutto questo. Proviamo, invece, a conoscere Deca un po’ di più.

– Una formazione classica, un diploma ‘canonico’ e poi tanta sperimentazione elettronica. Come si passa dal piano alle tastiere e i computer?
Deca: Oggi si è chiuso un percorso circolare, o meglio ellittico, che dal pianoforte puro mi ha portato ai sintetizzatori, ai campionatori, alle più audaci sperimentazioni e quindi nuovamente al pianoforte. Sempre di tastiere si tratta, benché con differenze sostanziali; ma è una dimensione rimasta comunque coerente. Non saprei individuare una ragione precisa della mia evoluzione musicale, se non nella vocazione alla ricerca, all’esperimento per l’appunto. Già nella mia prima fase pianistica (avevo undici, dodici anni) mi peritavo di ottenere dal pianoforte suoni diversi, elaborati; e usando il mio piccolo registratore a cassette miscelavo il suo suono inconfondibile con rumori di vario genere. I miei insegnanti di pianoforte diventavano matti, mi consideravano indisciplinato e sregolato.
– Ora la domanda inversa: e da tastiere e computer ad un ‘nudo’ piano, come è accaduto con Isole Invisibili?
Deca: Credo sia stata la presa di coscienza di aver… come dire… trascurato a lungo il pianoforte, che è alla fine è la mia vera radice musicale. Nell’arco di quarant’anni non ho mai smesso di comporre brani per solo piano, ma buona parte delle idee sviluppate sono sempre confluite nei lavori di musica ambient ed elettronica, creando contaminazioni che non rendevano giustizia all’importanza dello strumento. Inoltre, mi sono reso conto che un sacco di pezzi inediti erano rimasti lì, in archivio, su qualche nastro o semplicemente nella mia memoria. Da lì, la decisione di produrre finalmente un lavoro di solo pianoforte. In Isole invisibili ci sono idee e spunti che risalgono ai miei esordi giovanili, accanto a composizioni molto recenti. Questo disco rappresenta un ritorno alle origini che non ha però stravolto il senso del mio percorso. Come dicevo, è un ellisse che si è chiusa.
– Ricordi i primi sintetizzatori su cui hai messo mano?
Deca: Il primo vero sintetizzatore fu un Roland JX3P, tastiera che ha mantenuto un certo blasone tra gli appassionati. Fu anche il mio primo vero acquisto di strumentazione elettronica professionale, nel 1983. Per l’epoca era una macchina che faceva cose mirabolanti. Prima di allora le mie esperienze con le tastiere si limitavano a organi elettrici di vecchio stampo. Col JX3P potevo finalmente creare suoni, sequenze, sbizzarrirmi alla grande. Con quell’unico synth registrai un sacco di materiale, che nel 2013 è stato parzialmente ristampato sul vinile Modulectron, la cui copertina riporta vecchie foto che omaggiano lo strumento. Il JX3P fece anche parte del set con cui produssi in studio il mio primo album ufficiale (Alkaid, del 1986).
– Se è vero che la musica più vera nasce da un’ispirazione spontanea, come descriveresti ciò che ti spinge all’elettronica e all’ambient e ciò che, invece, ti fa sedere al pianoforte? E’ solo ed esclusivamente una questione di stati d’animo? La natura ‘fredda’ e cerebrale di tanta elettronica, talvolta anche la tua, pare conciliarsi poco con la sensibilità dimostrata, per esempio, in Isole Invisibili.
Deca: Le presunte caratteristiche algide e cerebrali di buona parte della musica elettronica sono un preconcetto duro a morire, che nasce dall’implicazione della ‘macchina’ nel processo creativo. In verità anche la musica creata per un trombone o un’arpa può essere fredda e cerebrale. Quindi definire la musica più o meno vera in base agli strumenti utilizzati è molto relativo. Per quanto mi riguarda, nella fattispecie, l’unica differenza nel comporre musica al pianoforte o sui sintetizzatori sta fondamentalmente nelle timbriche; e da lì nel processo di elaborazione che poi ne scaturisce, Il nucleo centrale di un brano è sempre frutto di ispirazione, intuizione, di spontaneo flusso interattivo tra mano e tastiera. Nasce dalle note, da una sequenza melodica, da un gruppo armonico. Solo successivamente emerge la ‘frattura’ spesso marcata tra pianoforte e tastiere, laddove il primo è uno strumento con quel preciso suono che si esprime nella sua naturale semplicità timbrica, mentre le seconde sono macchine sofisticate in grado di generare migliaia di suoni diversi, sovrapponibili, miscelabili, che danno inevitabilmente vita a qualcosa di molto elaborato. Solo in rari casi ho prodotto musica senza mettere le mani su una tastiera, ovvero sperimentando elaborazioni sonore e rumoristiche molto lontane dal concetto di musicalità.
– A proposito dei tuoi esordi con l’elettronica, si è letto di ‘connessioni’ con la tradizione della ‘Kosmische Musik’. Cosa puoi dirci in proposito? E come si sono evoluti, nel tempo, i tuoi ‘riferimenti’ musicali?
Deca: In verità, se parliamo di sonorità e atmosfere innovative, negli anni ’70 i miei primi riferimenti furono Jean-Michel Jarre, i Kraftwerk e se vogliamo anche i Pink Floyd, che facevano un certo uso di strumentazione elettronica. La vera ‘scuola cosmica’, quella di Tangerine Dream, Amon Duul II, Popol Vuh è arrrivata dopo. E sicuramente mi ha influenzato, soprattutto in un certo approccio metafisico e concettuale. Il fatto che i miei primi lavori discografici ufficiali avessero caratteristiche assimilabili alla ‘Kosmische Musik’ (temi spaziali, astronomia, ecc.) ha evidenziato questo legame, anche se il mio background era molto più stratificato. Dirò a titolo di esempio una cosa per qualcuno inspiegabile (o bestiale), ma nella fase di creazione del mio album Synthetic Lips (del 1987) fui influenzato anche dai Cure…!
– Nella tua produzione, la musica strumentale sembra essere prevalente, o spesso la voce compare fortemente manipolata. Questo nonostante le riconosciute abilità letterarie: scelta espressiva?
Deca: Le canzoni propriamente dette occupano una parte davvero minima della mia discografia, sebbene io abbia scritto (e anche registrato) più canzoni di quanto si sospetti, che sono confluite semmai in progetti collaterali e collaborazioni varie. La musica di Deca ha caratteristiche che rendono l’uso della parola problematico, talora superfluo. Claustrophobia, che è l’unico album ufficiale che contempla brani cantati, non ha liriche vere e proprie, essendo i testi scritti in linguaggio codificato. Come giustamente sottolinei, l’uso della voce nelle mie opere è sempre stato funzionale alla creazione di suoni originali, più che al canto. In moltissimi dei miei lavori sperimentali è presente la mia voce, ovviamente molto elaborata, filtrata, manipolata; al punto che talvolta è impossibile individuarne la presenza. La mia vena poetica e narrativa si è espressa nel tempo con altre modalità, legate alla scrittura vera e propria. In musica la mia narrazione è soprattutto una narrazione psichica, emotiva, basata sulle atmosfere, sulle vibrazioni. Lascia all’ascoltatore molto margine di percezione ed interpretazione.
– Sappiamo, tra l’altro, che sei autore di almeno due romanzi di fantascienza distopica. Esiste un nesso diretto fra ispirazione letteraria e musica?
Deca: Un paio dei miei romanzi hanno dato vita anche ad altrettanti album, che ne sono diventati una sorta di colonna sonora virtuale, una forma di narrazione alternativa e complementare. Aracnis Radiarum e Onirodrome Apocalypse sono opere che alla complessità del racconto scritto hanno aggiunto una dimensione mentale trasversale, legandosi fisicamente ai romanzi con l’iconografia della copertina e anche con molti riferimenti a fatti e personaggi. Diciamo che le storie si prestavano molto bene ad essere in qualche modo tradotte in atmosfere sonore.
– Nelle biografie ‘ufficiali’ si legge che hai collaborato con vari musicisti e prodotto tanta musica di altri. Di queste esperienze cosa ti è rimasto? Di quale dei tuoi ‘colleghi’ puoi dire ‘mi ha insegnato qualcosa’?
Deca: Le mie collaborazioni sono state di varia natura, riferendosi in parte ad esperienze di gruppo (soprattutto negli anni ’80), in parte a progetti condivisi con singoli artisti, in parte anche a contributi a produzioni altrui in veste di tastierista o arrangiatore. Sono esperienze con un peso creativo diverso, che a volte si configurano come un semplice lavoro su commissione. Di fatto, la stragrande maggioranza dei lavori a quattro mani resta comunque confinato all’ambito della musica elettronica e industrial, con artisti poco noti al grande pubblico. Ed è lì che ho acquisito sicuramente i maggiori arricchimenti alla mia visione artistica.
– Sei in contatto con artisti della scena dark ambient italiana, tipo Alio Die o Runes Order?
Deca: Stefano (Alio Die) e Claudio (Runes Order) sono personaggi che conosco da oltre trent’anni, con cui ho avuto anche periodi di amichevole frequentazione. Paradossalmente, non ho mai concretizzato alcun tipo di collaborazione artistica con loro, forse perché non si è mai creato un presupposto valido. Direi che c’è stata più un’osmosi di idee, di confronto, avendo avuto percorsi comunque legati a un certo ambito. Negli anni ho poi conosciuto e stretto rapporti a vario titolo con molti altri nomi della scena, anche perché ci si ritrova spesso a suonare in festival e rassegne. Tra i tanti, citerei il compianto Marco Corbelli (Atrax Morgue) che avevo invitato nel 1994 a suonare nella mia città. Ci eravamo poi incontrati periodicamente e avevamo stretto una collaborazione editoriale, la sua label aveva stampato e distribuito alcuni miei lavori sperimentali firmati Argiope.
– Il tuo disco Isole Invisibili ha ottenuto riscontri insoliti, considerando la formula poco commerciale che hai scelto. Come spieghi l’attrazione che tanti, anche giovani, hanno provato per una musica che, per forza di cose, si ricollega al genere classico, spesso inviso al pubblico giovanile?
Deca: Proprio grazie a “Isole invisibili” ho potuto toccare con mano che un’ampia frangia di giovani ha una predilizione e predisposizione per la musica pianistica, a prescindere dal genere musicale specifico. Ai miei concerti, specie a quelli collocati in luoghi meno convenzionali (librerie, ecc.) si concentra un bel numero di liceali e universitari che mostrano di apprezzare molto le cose che faccio. E non solo le mie, comunque, perché poi parlando a fine esibizione mi citano Nyman, Einaudi, Sakamoto.
– Ora qualche dettaglio sulla preparazione di Isole Invisibili. Ti sono servite anche le tue cognizioni elettroniche e tecnologiche? O ti sei semplicemente messo al piano e hai suonato?
Deca: Le cognizioni tecnologiche sono tornate utili in fase di registrazione e post-produzione, condividendo col mio storico tecnico del suono Alessandro Mazzitelli le lunghe fasi di rifinitura necessarie a rendere pulita e realistica l’esecuzione. Il pianoforte è uno strumento complesso da registrare, ci sono innumerevoli variabili da considerare e parametrare. Inoltre, ho voluto ottenere per ogni singolo brano un’atmosfera diversa, utilizzando per questo pianoforti differenti. Orecchi da addetti ai lavori non hanno difficoltà a rilevare che il timbro del piano e l’ambiente in cui suona cambiano da pezzo a pezzo.
– Già molti ti hanno chiesto della collaborazione da cui è nato il lavoro di Psycho Kinder Diario Ermetico, grazie alla quale il tuo nome è ‘risuonato’ in ambienti ove prima non era familiare. C’è qualcosa che vorresti aggiungere in merito?
Deca: Francamente ritengo che Psycho Kinder non si collochi in una scena tanto distante. Il fatto che Alessandro Camilletti abbia pensato a me per Diario Ermetico credo sia indicativo di una sintonia di fondo, di una forma mentis comune in grado di dar vita ad un’opera coesa e credibile con un’identità di genere ben precisa. Lui ha individuato in me il compositore con l’esperienza necessaria a scrivere tanti brani di diversa impostazione, ma ben amalgamati nel contempo al filo conduttore dell’opera. La tracklist di questo disco spazia dal pianoforte alla drone-music, dal minimalismo ambient a certe sonorità marziali tipiche del folk apocalittico. Il recitativo, i testi, fanno da collante catalizzatore per la musica. Ed ecco che Diario Ermetico diventa un lavoro a quattro mani con uno spirito di fondo univoco, a mio avviso frutto della sinergia delle nostri comuni filosofie musicali.
– Le musiche scritte per Psycho Kinder appartengono ad un genere elettronico di impronta ambient, con qualche deriva industrial, per lo più a tinte dark, ma in un paio di occasioni compare anche il piano creando effetti di grande suggestione. Tu stesso hai detto a volte che il piano è ‘presente’ in tutto ciò che fai. Utilizzi abitualmente delle forme di contaminazione? Non pensi che in questo stia un po’ il ‘futuro’, considerando quanto sia difficile, oggi, per un musicista di qualsiasi genere dire qualcosa di veramente nuovo?
Deca: Contaminare è una delle azioni basilari dello sperimentare. Non bisogna lasciare nulla di intentato, perché la curiosità di capire ‘cosa ne esce fuori’ porta spesso a piacevoli scoperte e all’inizio di nuovi fruttuosi percorsi. Certo, bisogna avere anche criterio e non limitarsi a fare cose ardite per il gusto di farlo (o di provocare). La coerenza stilistica di un progetto o di un brano è un punto di riferimento utile a non divagare troppo, a non andare fuori tema. Ciò non toglie che in un album come Diario Ermetico convivano suoni e atmosfere molto diverse. Ma globalmente l’opera ha i suoi equilibri. Anche laddove sonorità classiche si mescolano a suoni completamente artificiali, una gestione accorta deve portare a un risultato che non sembri forzato. Che poi tutto questo possa portare a novità dirompenti è difficile dirlo, anche perché spesso ci vuole una certa prospettiva storica per valutare le reali innovazioni, parlando di arte.
– Com’ è il tuo rapporto con le esibizioni live?
Deca: Bisogna distinguere l’ambito pianistico da quello elettronico, perché cambiano le tipologie di location, di organizzazione, di pubblico. Innanzitutto mi considero più un artista da studio che un artista da palco, sebbene mi sia ormai esibito in tantissimi contesti. La mia musica a volte è difficile da portare in scena, se parliamo di produzioni molto elaborate: perché necessita di strumentazione adeguata, di proiezioni video, di ambienti sufficientemente raccolti e poco dispersivi affinché l’esperienza del pubblico sia di full-immersion. Questo vale anche per il pianoforte, benché di solito un concerto del genere sia già collocato in un contesto adeguato per sua stessa natura. In ogni caso, il mio calendario di date dai primi anni ’80 ad oggi è davvero scarno, se confrontato con quello di altri artisti. Solo in questi ultimi due anni, col prepotente ritorno al pianoforte, ho intensificato di colpo la mia attività live.
– E’ noto che nei concerti di elettronica hai fatto abitualmente uso di ‘supporti’ visuali. Come concepisci – e organizzi – gli scenari in cui la tua musica deve essere ascoltata?
Deca: Fin dagli esordi ho cercato di dare alla componente visuale una collocazione incisiva, vuoi perché la mia musica si presta all’integrazione di immagini e filmati, vuoi perché la staticità di un musicista solista sulla scena in qualche modo va compensata. Per quanto l’ascolto di musica ambient dal vivo sia un’esperienza comunque gratificante, credo che il pubblico vada coinvolto massimamente. L’uso di proiezioni su schermo, di luci dinamiche, di effetti scenici è stato funzionale a rendere più interessante i concerti. E nel corso degli anni ho perfezionato sempre di più – anche grazie alle tecnologie digitali – l’apporto dell’elemento visuale. Trent’anni fa sfruttavo tutto ciò che avevo a disposizione – lecitamente o meno – arrangiandomi con videoregistratori e videocassette. Oggi produco tutto in autonomia, preparando i filmati con grande cura, impiegando intere settimane per montare i video in sincrono con i suoni. Molto di questo materiale si è poi trasformato in una serie di videoclip per singoli brani, oggi anche fruibili sui canali web.
– Con il senno di poi, rimpiangi la scelta di ‘indipendenza’ cui sei rimasto notoriamente fedele? Potessi tornare indietro, la rifaresti?
Deca: E’ grazie alla strenua difesa di un certo margine di indipendenza che ho potuto decidere come gestire le mie aspirazioni, assumendomi ovviamente onori ed oneri di ogni singolo risultato. Soprattutto non volendo perdere la possibilità di sperimentare e di far confluire lo spirito di ricerca anche nei miei progetti più macroscopici. Credo che, in questo senso, aver pubblicato con RAI-Trade un album ostico e criptico come Automa Ashes sia indicativo dei privilegi che nel tempo la mia scelta di indipendenza ha dato. O anche essere invitato ad esibirmi in location ambitissime, dove grossi nomi della scena nazionale spesso hanno trovato la porta chiusa. Qualche compromesso certamente è inevitabile, perché il mercato discografico (anche quello realmente indipendente) ha delle regole; e produrre musica implica comunque dei costi e qualche forma di collaborazione, se miri a un livello qualitativo elevato. E’ quasi impossibile svincolarsi da tutto e tutti, a meno di non optare per un percorso artistico radicalmente autonomo e quindi “isolato”. Pur conscio delle scorciatoie e dei possibili atout che certe scelte mi avrebbero concesso, sono rimasto coerente all’idea di partenza. Nessun rimpianto.
– Per concludere, una domanda forse banale ma che mi piace sempre fare: quale musica ascolti, a parte la tua? Meglio: ti piace ascoltare abitualmente anche musica di altri? Se si, riesci a goderne con spontaneità o tendi a ‘sezionarla’?
Deca: Siccome ascolto musica svariate ore al giorno, tutti i giorni, l’ampiezza del repertorio è inevitabilmente enorme e include anche artisti e generi che – forse – farebbero inorridire certi esegeti e puristi. Quantomeno nell’ottica preconcetta che un musicista dovrebbe mantenere certe affinità tra i propri gusti e le scelte artistiche che ha fatto. Io ho una cultura musicale vasta, che in parte deriva dalle mie radici classiche, ma soprattutto dal fatto che per il tipo di percorso personale mi sono dovuto misurare con un sacco di cose diverse. Avendo scritto musica per il teatro, per la televisione, per il balletto, non ho potuto fare a meno di approfondire epoche e stili, avvicinandomi così, senza preclusioni, tanto a Scarlatti quanto ai Current 93; ma anche a Capossela e ai Mastodon. Giusto per fare degli esempi diametralmente opposti! E sono dunque abbastanza onnivoro, amo scovare nomi misconosciuti e dischi di nicchia e coltivarli accanto ai grandi classici.

…. e di questi grandi classici Deca meriterebbe certo di fare parte. Riprendiamo la parola solo per ricordare alcuni fra i lavori di elettronica firmati da lui che hanno ricevuto più riscontri fra gli appassionati, anche se per la sua lunga discografia conviene andare direttamente su Rateyourmusic.com, che contiene la lista completa: ‘Phantom’ del 1998, ‘Simbionte’ del 2002, ‘Aracnis Radiarum’ del 2007 e il recente ‘Onirodrome Apocalypse’ del 2014, oltre al disco di solo piano ‘Isole Invisibili’, di cui abbiamo parlato diffusamente, sono stati di frequente menzionati, ma anche il controverso ‘Automa Ashes’, che a qualcuno è piaciuto meno, a nostro avviso non è assolutamente da trascurare.
Notizie più dettagliate sulla sua storia si trovano anche su Wikipedia o sul sito non ufficiale, mentre per i contatti c’è la pagina Facebook. Su YouTube, infine, le playlist per l’ascolto di alcuni album: ‘Automa Ashes’, ‘Aracnis Radiarum‘, e  ‘Isole Invisibili’, quest’ultimo presente anche su Spotify. 

 

 

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