Deus Faust: What I Saw

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Deus Faust è un gruppo nato grazie alla rete tra il cantante slovacco André Savetier ed il tastierista americano Raymond Nelson.

In questo esordio, disponibile solo in digitale, sono presenti sette brani nei quali la voce profonda ed emozionale di André dona vita agli oscuri ritmi delle tastiere, intrise di chiaroscuri. Nella maggior parte dei pezzi ad un ritmo veloce si contrappongono vibranti tappeti sonori dalle atmosfere più intime e cupe.

È una darkwave introspettiva, bifronte, dove dietro ai ritmi ballabili si celano le parti oscure del nostro passato e del nostro cuore. Ascoltando l’album mi è venuta in mente “Dancing with tears in my eyes” degli Ultravox e mi sono detta che è su una musica come questa che si potrebbe ballare con le lacrime agli occhi, una dance macabre per anime tristi.

“The faustian dilemma” è poco più di un’intro dove la drum machine convulsa fa pensare al battito di un cuore lacerato tra le pulsioni contrapposte che si elevano dalle vibrazioni del tappeto sonoro;  la voce di André qui appare nel finale recitando in tedesco delle frasi del Faust di Goethe.

“Forever or you” è lenta, nostalgica, quasi a rappresentare la rassegnazione, destino avverso al quale non si può sfuggire; le note più alte sono come sprazzi di luce che illuminano ricordi lontani. Anche qui il testo è estratto dal Faust.

“Rosengarden” è uno dei pezzi più ballabile di questo lavoro, pur mantenendo la sua aura malinconica, come un’ultima danza tra le braccia della delusione, di “un giardino di rose con tutto e niente”. Qui André canta con una voce calda che ricorda per intensità quella di Peter Heppner.

“Fomalhaut” è ritmata, ma da pulsazioni angosciate, sentimento amplificato nelle stratificazioni inquiete del tappeto sonoro e dal testo cantato da André, che gioca sull’ambiguità: potrebbe essere un amore frutto di un sortilegio; il dono del sublime ma anche la strada verso la dannazione.

In “What I saw” inquietudine e speranza si alternano sul ritmo frenetico che pare un tentativo di elevarsi dall’oscurità che attanaglia l’anima verso la luce…. il calore di un amore che è come un’ancora di salvezza.

 “Vampyres like us” è danzabile ed ammiccante come una tentazione; il fascino del peccato, che però pare rivelare il costo del suo peso nei riff sincopati, tra i quali si elevano di fondo delle urla, che fanno pensare a quelle che si alzano da un girone infernale.

“Distant faces (the storm)”, che chiude l’album, è ipnotica e profonda, come un canto d’amore di un’anima triste, un addio pieno di rimpianti per le cose non dette, il desiderio di essere ricordato… o forse di ritrovarsi dall’altra parte.

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