Kathryn Joseph: From When I Wake The Want Is

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Ha tutta la malinconia di certi paesaggi scozzesi questo From When I Wake The Want Is, secondo album della cantautrice Kathryn Joseph, in origine Kathryn Emma Sawers, e forse qualcosa in più, giacchè nasce da una serie di esperienze tristissime che ha provato a lasciarsi alle spalle ma che hanno palesemente lasciato il segno; del resto, accade spesso che l’arte derivi dal dolore e da stati d’animo di desolazione e possa risultare esattamente come questo disco, bello e toccante. Già conosciuta in Scozia per lavori in ambito teatrale, la Joseph ha collaborato l’anno scorso con James Graham, grandissimo vocalist dei Twilight Sad al progetto Out Lines; oggi, pur non avendo certo raggiunto vette di celebrità, si è conquistata, da solista, molti apprezzamenti con le sue ballate tetre e delicatissime, dove il piano, completato da qualche lieve tessitura elettronica, crea un clima crepuscolare ed armonioso e accentua il carattere intimista delle liriche. Apre “IIII” con note di piano vaghe e remote, la visione di una stanza fosca e triste… ma il brano prende rapidamente la forma di un’invocazione, quasi un lamento, forte e struggente. La seguente title track, lenta e accorata, gronda letteralmente pathos, grazie anche alla bellissima prestazione vocale in efficace evidenza sul sobrio accompagnamento al piano, mentre in “And You Survived” dopo il più cupo esordio, l’attenzione rimane puntata sul canto, arricchito da qualche seducente ‘virtuosismo’; in “Tell My Lover”, in cui la lieve ‘tensione’ elettronica si percepisce più chiaramente, la voce animata da una sorta di fremito sembra la ‘dichiarazione’ di un irreparabile lutto. Minimale e tutta atmosfera, poi, “And It Will Lick You Clean” con poche note lineari – ma quanto commoventi! – al pianoforte e la ‘variazione’ dopo i primi due minuti che contribuisce all’intensità del contesto e anche “There Is No God But You” si allinea con la scelta di pathos, come la successiva “Safe”, che conquista con sussurri e pianoforte. Poi, bypassata la più lieve e melodica “We Have Been Loved By Our Mothers”, la cupa ballata “Mouths Full of Blood” torna ad uno scenario accorato e estremamente intimista, in cui piano e voce danno espressione al dolore. Delle ultime tracce, voglio menzionare soprattutto “Weight”, intensa e appassionata, che, a mio avviso, incarna, più di ogni altra, la vera forza di questo album: la facoltà ‘liberatoria’ dell’arte, non solo attraverso la bellezza ma anche nella condivisione ed esternazione della sofferenza.

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