Lee Ranaldo – Pisa

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Foto di Mrs.Lovett

Nessuno dovrebbe fare concerti di giovedì o, comunque, una sera infrasettimanale: anni di esperienza, con la consapevolezza dei risvegli difficili la mattina dopo, mi hanno portato a questa conclusione, spingendomi a privilegiare gli eventi collocati nel fine settimana. Ma Lee Ranaldo suonava giovedì 13 settembre e, avendolo visto con grande piacere dal vivo il 13 marzo 2015 a Firenze – un bellissimo e fruttuoso venerdì! – ho capito che, stavolta, avrei fatto una più che giustificata eccezione. Storico componente dello storico gruppo Sonic Youth, considerato generalmente uno dei più grandi chitarristi viventi, Ranaldo è oggi un ‘pacato’ ultrasessantenne con lo stesso sguardo vispo di quando faceva venire giù i muri insieme ai suoi compagni di ‘banda’, infiammando le platee di mezzo mondo. I Sonic Youth sono un capitolo chiuso, almeno per il momento – ma, a sentire lui, non è mai detta l’ultima parola – e i loro fondatori hanno da tempo imboccato strade più personali. Ma l’eco della loro musica risuona ancora, da qualche parte se, pur essendo, appunto, giovedì, il Lumiere di Pisa appariva sufficientemente affollato, anche da giovani che, presumibilmente, hanno conosciuto i Sonic Youth quando forse avevano già smesso di essere un ‘fenomeno’. Lee Ranaldo è palesemente molto orgoglioso di aver fatto parte di quel ‘fenomeno’, non rifiuta di parlarne nè si ‘distanzia’ da quell’esperienza così luminosa per lui e per il rock. Dopo l’esibizione, con il sorriso sulle labbra, ha raccontato aneddoti, ricordato episodi, risposto a domande che sembravano girare sempre intorno agli stessi temi: ma come è stato, come eravate e come siete adesso… ma li senti ancora gli altri Sonic Youth?
La serata era concepita in modo tale da lasciare spazio non solo alla musica ma anche alla comunicazione e garbata interazione con il pubblico, tanto è vero che il live ha occupato, per così dire, la seconda posizione dopo la proiezione dei video curati personalmente da Lee Ranaldo. Abbiamo quindi avuto modo di apprezzare, fra svariate immagini, il ricordo di Glenn Branca, quasi un ‘atto dovuto’ visto quanto il lavoro di questi abbia influito sulla tecnica e sullo stile del nostro ed il lungo stralcio di una esibizione dei Sonic Youth, la coda di un loro concerto in cui compaiono insieme ad altri in un contesto confusissimo, decisamente un po’ folle, ma tale da suscitare infinite nostalgie per quel periodo così intenso, eccitante e anche divertente della storia della musica. Sul finire della parte visuale, mentre gli occhi dei presenti erano fissi sullo schermo, Lee Ranaldo è apparso sul palco con una chitarra. Una a caso. E tutto è incominciato.

Foto di Mrs.Lovett

Non è certo qui la sede per parlare di stile e tecnica di suono e, francamente, non ho le competenze per poterlo fare. In questa occasione, ha iniziato con la chitarra elettrica, intenzionato forse a esordire ‘spiazzando’ il pubblico, che lo ha visto utilizzare lo strumento con una fantasia incredibile: strisciandovi sopra l’archetto, abbinandolo alle campanelle, o percuotendolo come un gong, tenendolo orizzontalmente e verticalmente o in altri modi ancora e traendone, ovviamente, suoni sorprendenti. La sua attitudine non è, a mio avviso, paragonabile a quella di un Jimmy Page, autore di analoghi, rinomati virtuosismi, bensì quella di chi ama sperimentare e mettersi alla prova, esplorando a fondo sia le concrete possibilità del suo strumento che le molteplici direzioni del suo pensiero. Lee Ranaldo dà l’idea del tipico, dinamico intellettuale newyorchese per il quale la musica non nasce soltanto dall’istinto ma ha anche una componente razionale, e si presenta come una persona aperta e un po’ curiosa, cui non dispiace andare in giro e che non nega a nessuno una chiacchiera. Dal palco ci è così piovuto addosso un profluvio di commenti, fra un pezzo e l’altro, fra un cambio di chitarra e l’altro – ne ha usate diverse in base alle accordature, come ha detto poi – sugli argomenti più disparati: il tempo, l’Italia, New York, i Sonic Youth e il concerto a Pisa del 1992 – per chi c’era, il Dirty European Tour! – con un atteggiamento di disponibilità gentile e un po’ sorniona che ha deliziato tutti. Con la chitarra acustica ha eseguito poi una serie di brani – “Moroccan Mountains”, “Let’s Start Again”, “Circular” e qualche altro – dal suo ultimo lavoro uscito nel 2017, Electric Trim, album di impostazione cantautorale che fa molto pensare a classici americani di altri tempi, da Neil Young a Joni Mitchell, nei confronti dei quali egli si è sempre correttamente dichiarato debitore. Inutile dire che anche in questi pezzi che appaiono vicini ad una tradizione ben presente, per ovvie ragioni, a Lee Ranaldo & Co. non mancano, poi, la distorsione inattesa, la dissonanza o la nota aspra, magari dovute alle famose accordature alternative di cui il nostro, come si è detto, ha fatto e fa grande uso sulla scia di Glenn Branca, che fanno riconoscere l’inimitabile chitarra dei Sonic Youth. Alla fine dello show, la prospettiva del dibattito ci ha fatto rinunciare volentieri al bis: una mezz’ora piacevole e rilassata, trascorsa con un ‘mito’, sì, ma molto simpatico, che, senza alcun imbarazzo, ha ascoltato e ha risposto alle domande con interesse e cordialità e ha concluso la serata invocando un drink: chiunque, a quel punto, avrà desiderato offriglielo.

Foto di Mrs.Lovett

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