Mogwai: Kin Original Motion Picture Soundtrack

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E’ piaciuta meno delle altre questa nuova colonna sonora targata Mogwai, ideata per il film di fantascienza Kin degli esordienti Jonathan e Josh Baker: le critiche negative con cui questo è stato accolto in America avranno forse influito sulla valutazione della sua soundtrack? Magari no, sta di fatto che effettivamente, in questo disco, si nota meno vitalità se non, addirittura, un po’ di stanchezza, come se i nostri, attestatisi ormai su scelte di stile – finora sempre vincenti, a dire il vero – che li definiscono perfettamente, non abbiano stavolta dato il massimo, pur avendo comunque creato un prodotto di alto livello con diverse ‘punte’ ammirevoli. Se la loro musica, stavolta, non ‘regga’ il semplice ascolto e ‘funzioni’ magari meglio se abbinata alle immagini, non ci è possibile dirlo, giacchè non c’è ancora stato modo di vedere la pellicola, a quanto si sa, ricca di scene d’azione: rimane il fatto che, come puro e semplice album, Kin non presenta le abituali atmosfere dense e variegate, scintillanti oppure drammatiche, che hanno caratterizzato la loro musica migliore, ma appare un po’ ‘sbiadito’. Nulla da eccepire, in verità sull’opener, “Eli’s Theme”: è un semplice pezzo al piano con un lieve, quasi impalpabile tessuto elettronico che ne accresce l’intensità e, in qualche modo, ne amplia i confini trasferendoli in uno spazio fra il cosmico e l’onirico; la ripetizione del refrain moltiplica le sensazioni e le visioni del sogno. Anche la seguente “Scrap” è un brano di seducente atmosfera con efficaci passaggi sperimentali; “Flee” invece ‘rafforza’ ritmica e suoni e richiama, senza variarli, scenari ben usuali per i Mogwai. La seguente “Funeral Pyre” propone un cupissimo ma convenzionale contesto elettronico con sfumature ambient mentre la bellissima “Donuts” è un pezzo post-rock come Dio comanda: sognante, qui vigoroso – batteria, chitarra … – là ultraterreno – cieli ‘sintetici’ che si spalancano, voci che si intra-sentono nell’aria – quasi vale da solo l’intero disco. Poi, bypassate la lenta e meditativa – forse troppo! – “Miscreants”, la lunga, un po’ anonima “Guns Down” e la title track, che va avanti anch’essa per oltre sette minuti, molti dei quali in modalità alquanto monocorde, la conclusiva “We’re Not Done”, l’unica cantata, è, in un certo senso, la più deludente perchè opta per sonorità a tinte shoegaze e arrangiamenti sovraccarichi che, alla fine, non producono che un motivetto orecchiabile. Peccato, bisogna dirlo, nonostante l’affetto per i Mogwai resti immutato.

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