The Lords of the New Church: The Lords of the New Church

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Non ricordo come e quando entrai in collisione con il meteorite TLotNC. Fu probabilmente un articolo pubblicato su Ciao 2001 ad inizi ottanta a farmeli scoprire. Firmato da Federico Guglielmi, la butto lì, ma pur troppo non ostante le mie ricerche (ho messo a soqquadro la soffitta della mamma, che fatica e quanta polvere!) assai puntigliose peraltro, non ho ricuperato quell’antico reperto.

 

Per un adolescente qual ero solo il nome che si diedero, The Lords of the New Church, evocava qualcosa di grandioso ed ermetico assieme. Ripeterlo anche solo mentalmente instillava un che di sacrale e di profano allo stesso tempo. Un nuovo culto (laico) alimentato dai curriculum dei singoli componenti, fasti solo immaginati in provincia, ove le “ondate” portatrici di novità giungevano in ritardo, prosciugandosi sul bagnasciuga della curiosità alimentata dall’ascolto compulsivo di tutto quel che le radio locali e nazionali passavano. Che raffrontato all’oggi era davvero tanto!

 

Acquistai il vinile nel 1985, non possedevo nemmeno il giradischi che mi procurai l’anno successivo attingendo ai miei primi risparmi. Lo affidai, assieme ad “Atrocities” dei Christian Death, all’amico Diego, che li conservò e me li registrò su una C90, uno per lato. Cassetta che possiedo tutt’ora, anche se i titoli vergati in bella quanto semplice grafia con una biro blu sono ormai illeggibili, ed il nastro è consumato. Inascoltabile. Nel frattempo ho acquistato la versione in compact disc, ed ora questa, pubblicata da Blixa Sounds.

 

Chi furono i TLotNC un lettore di Ver Sacrum dovrebbe saperlo. Ma giova rileggere alcune note scolpite sul memoriale di pietra brunita e scavata dalle intemperie, almeno concedetemelo.

 

Stiv Bator disse che “new Church” era la nuova chiesa del punk, della quale loro erano i Signori. Che effetto, su d’un sedicenne o poco più! Ed una accolita di ex-membri di Damned, Sham 69, Barracudas, Dead Boys (per questi ultimi il solo fatto di essere americani me li elevava al rango di creature mitologiche, ripassavo con il dito la cartina degli U.S.A, da Cleveland a New York, come per segnare il loro percorso…), col transito iniziale di altri Damned (Rat Scabies), di un Generation X (Tony James) e di un ex-Clash (Terry Chimes) che siglano “Russian roulette”… Con quel Brian James titolare delle chitarre taglienti di “New rose” e di “Neat neat neat”…

 

The Lords of the New Church non è però un “semplice” disco di punk-rock. E bene fece Miles Copeland a patrocinarne l’uscita. In dieci tracce i suoi Autori “spalmano” l’urgenza punk di balsami psichedelici, issano barricate sixties-garage, financo ricorrono a porzioni power-pop (“Livin’ on livin’”). E’ la summa delle esperienze maturate dai quattro, con Bator/James a spartirsi i crediti principali. Il chitarrista più dotato del punk assieme al fratellastro di Iggy Pop, quello più sfortunato alla luce di quanto gli accadde, e dei riconoscimenti che il pubblico distratto non gli tributò come dovuto. E’ l’epica disperata di “New Church”, brano manifesto, di “Holy war” e di “Apocalypso”, è l’introspezione che olezza di carne bruciata dal napalm di “Russian roulette”, piccolo capolavoro di disillusione, è la rabbia di “Eat your heart out”, questa sì “punk” fin nell’intimo, è la perversione di “Li’l boys play with dolls”, è il coro possente che libera “Open your eyes” (tra le bonus anche in versione singolo) dalle pastoie della paura, tratteggiata da una chitarra tesa, tastiere che inquietano ed una sezione ritmica martellante, prima che il sax intervenga a descrivere colle sue note scarne scene di desolazione urbana, segnando poi la fine del brano che giunge improvvisa come una rasoiata. Ma trattandosi di una ristampa, obbligatorio verificare il valore degli “extra”. Primo ciddì: “Girls girls girls” retro di “Open your eyes” (già presente su “Killer Lords”), canzone sciocchina che con quella più nota dei Motley Crue condivide solo il titolo, più “Young don’t cry” che affiancava su sette pollici la titolare “Russian Roulette” ed inoltre la già annotata single-version di “Open your eyes”. CD due: un live registrato nell’ottobre del 1982 al My Father’s Place di New York, rimasterizzazione della tape originale; tredici tracce, le stesse del primo disco (ma all’epoca era quello il materiale dal quale i TLotNC potevano attingere), più la cover, fra le più riuscite peraltro, di “Fortune teller” di Allen Toussaint/Naomi Neville. The Lords nella loro congeniale dimensione live. Il booklet: le note curate da Craig Rosen possiedono un proprio valore documentale corredate da copertine di singoli, locandine di concerti, fotografie della band. Alla pubblicazione hanno collaborato Turner e James, ripensando a quanto accaduto tra Bator ed il resto della band negli ultimi anni di attività, pare quasi un atto riparatore (e mi sovvengono le note presenti sul libretto di “Rockers”…). A The Lords of the New Church seguirono il più patinato “Is nothing sacred?” ed il più diretto, a tratti rollingstoniano “Method to my madness”. Tre lati di un triangolo, diversi tra loro, ma frutto delle stesse menti, pubblicati a ritmo serrato in altrettanti anni. Poi una lenta discesa, con alcuni picchi vertiginosi. Li vidi su d’un palco nel 1988. Mancavano pochi mesi alla fine, anche se James cercò di tenere in vita il marchio anche dopo la scomparsa di Bator. Ma non aveva alcun senso…

 

Attendo le ristampe, animate dal medesimo puntiglio, di “Is nothing sacred?” e “Method to my madness”. The Lords of the New Church se lo meritano, eppoi serve a depurare la memoria, ed a celebrare una volta di più l’epica del rock’n’roll!

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