Wild Nothing: Indigo

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La retorica reboante ci costringerebbe ad assumere oggidì (tempi di “magra”) un atteggiamento di totale sottomissione dinanzi ad un artista come Jack Tatum, munendoci magari di una buona scorta di aggettivi di maniera da utilizzare all’uopo. E’ indubbio però che, nell’arco di quattro pubblicazioni (comprendendo nel numero la presente), egli ha saputo mantenere ben a fuoco l’obiettivo, che poi a parole è assai semplice: scrivere belle canzoni dalle melodie d’una levità che le rende quasi impalpabili, da fruire senza impegnarsi troppo ma nemmeno distraendosi (“Canyon on fire”, “Flawed translation” con quel basso…, il pop “dreamy” di “Shallow water”). Indigo non è forse il suo disco migliore (la vetta “Nocturne” è ardua da scalare), ma le melodie rotonde e per nulla “stupidine” (“Through windows”) che distribuisce come caramelle ad un compleanno del nipotino e che vi si appiccicano addosso rendono il loro ascolto gratificante. E non è poco, come il ricorrere ad un caleidoscopio di citazioni anni ’80 senza inciampare nell’artifizio di poca sostanza, adattandosi ad una corrente che pare inestinguibile solo per garantirsi una rendita di posizione certa e di poca spesa. Perché l’opener “Letting go” possiede il fascino irresistibile del pop chitarristico di qualità ed “Oscillation” farà montare la nostalgia da Videomusic, ma “Partners in motion” ridistribuisce i pesi di Indigo, tanto da richiamare alla memoria gli Icehouse che rileggono lo spartito dei Roxy Music, con buona pace di Iva Davies al quale potrebbe scappare più d’una lagrimuccia. Mi espongo, Indigo è, utilizzando una opportuna scala di valori per misurarne i contenuti, l’”Avalon” di Jack Tatum/Wild Nothing (“The closest thing to living”, la strumentale “Dollhouse” tangente concettualmente episodi brevi come “Tara”), essendo regolato dalla medesima vocazione al bello, anche se il primo chiudeva definitivamente un’epoca ed il secondo segna (auspicabilmente) solo un passaggio di una carriera ancora da elaborare appieno. Meno “artsy” e più diretto in alcuni frangenti, ma l’impulso è il medesimo: li separano quarant’anni circa, un’era geologica rapportata al mercato discografico, ma la ricerca dell’armonia, della nota al posto giusto, questo sì che è evidente; e se abbiamo archiviato le iper-produzioni degli anni ottanta (ma lo stesso Tatum e Jorge Elbrecht hanno dato fondo a tutte le loro risorse), questo è infine un bene, mettere a nudo il proprio talento è più meritevole che celarlo dietro ad inani orpelli, e “chiudere” Indigo con uno dei brani meglio congegnati, come “Bend” è sicuro indizio di maturità e di consapevolezza dei mezzi che si possiede.

 

 

Per informazioni: http://www.goodfellas.it
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