David J: Crocodile tears and the velvet cosh

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Se non fosse per il nome dell’Autore stampato sulla copertina, Crocodile tears and the velvet cosh non troverebbe spazio sulle nostre pagine. Per quanto aperti anche a forme espressive non rigorosamente aderenti ai canoni goth, il presente assemblando tredici tracce catalogabili sotto l’etichetta folk “appalachiano” richiede uno sforzo di comprensione non comune. In questo caso la carriera conta, eccome, e trascurare questa ristampa (perché tale è, originariamente venne pubblicato nel 1985 per Glass Records che ora ha riverniciato la ragione sociale inserendovi “Modern”, ed è un altro ritorno, poi) costituirebbe un vero e proprio reato. Archiviata (allora) l’esperienza Bauhaus (siamo fra l’altro in tema di celebrazioni) e con i Love and Rockets in divenire, il flemmatico bassista di Northampton diede alle stampe due lavori, “Etiquette of violence” ed il presente, embrione di una carriera “da solo” prolifica e di qualità. E se il primo titolo rimandava nei contenuti al recentissimo passato, Crocodile tears and the velvet cosh rappresentava (ma solo apparentemente, indagando a fondo) una rottura decisa con esso. David J interpreta queste spoglie canzoni con lo spirito di Lou Reed (trapiantato nel Vermont) o di quel famoso cantautore americano al quale è stato pure attribuito un Nobel, sfiorando con la sua sentita interpretazione vette espressive che rende proprie con naturalezza. E’ un disco senza tempo, o forse “fuori” dal tempo. Lo ho ascoltato una prima volta in cuffia, e mi ha ovviamente sorpreso (ammetto che fino ad oggi solo di nome lo conoscevo, una tacca nella sua discografia e niente più); una seconda mentre aiutavo mia figlia impegnata nello svolgimento di un tema, la terza addirittura mentre riordinavo lo scaffale ove ripongo biografie sparse di gruppi e vecchie riviste. Musica che non pretende attenzione, ma che la conquista, inducendoti ad interrompere l’attività nella quale sei impegnato per suggere il fluire delle note. Potrebbe essere stato pubblicato solo pochi anni o mesi fa, non farebbe differenza. Poi giungo a “The ballad of Cain” e sì, ecco il colpo da Maestro, un episodio che i Nomotion potrebbero reinterpretare da par loro, ballata crepuscolare di fine fattura; o “Stop this City” che richiama Bowie, questi sono i passaggi che più mi hanno convinto. Ma è un “endorsement” di parte, lo so.

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