The Coventry: The Art of Survival

0
Condividi:

Abbiamo parlato di una scena dark ‘campana’, e ora, con i The Coventry, ne inauguriamo una ‘pugliese’: si tratta di una band di recente formazione, nata dopo l’esperienza dei due progetti Resonance e Terminal Front, che dà il suo valido contributo al panorama italiano con l’album The Art of Survival, uscito di recente. Orientati verso atmosfere fredde dai colori malinconici e cupi, i “The Coventry” si avvalgono di una parte vocale molto efficace a cura di Mario Manfredi che, con tonalità spesso estremamente intense, sa imporsi sulle suggestive trame elettroniche di Valerio Rivieccio e Adriana Colella e si pongono con spontaneità sul percorso in un certo senso già tracciato da Hapax e Geometric Vision arricchendolo della loro sensibilità. The Art of Survival contiene undici brani tutti da ascoltare, alcuni meditativi e sognanti, altri tetri e vagamente angoscianti, comunque caratterizzati da una visione esistenziale decisamente negativa. La title track, che apre le danze, esordisce con tastiere sinistre e andamento pesantemente ritmato che confluiscono efficacemente in un torvo scenario wave. La seguente “Natural Order” rinforza la ritmica strizzando l’occhio al dancefloor, mentre “Tremble” torna a sonorità dense di angoscia che le note ‘sofferenti’ della chitarra e la bella voce di Manfredi esaltano al meglio e “Begotten” , il primo pezzo della band che ha circolato, composto nel novembre 2017, è un raffinato esempio di darkwave con una parte elettronica di grande effetto. “Missing”, anch’essa con una chitarra notevole, rimane sulla stessa lunghezza d’onda e, dopo, “Purity”, uno degli episodi più belli, opta per un arrangiamento più ricco che ben valorizza il canto struggente; “The Hunger”, rischia qua e là con suoni più ‘scabri’ che accrescono la tensione di un clima già oscuro. Poi, bypassata la ‘bruma’ della strumentale “From Before The Beginning”, troviamo le ultime tre tracce dell’album, delle quali si segnala soprattutto la conclusiva “Small Regrets”, nel cui scenario lo strazio pare davvero dilagare e le dissonanze, in qualche passaggio appena percepibili, insieme al canto ‘distante’ e trasognato, contribuiscono al pathos di un brano pregevole, degna chiusura di un disco da apprezzare.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.