Wire – Bologna

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The Hand. Foto di Mrs.Lovett

La sera dello scorso 5 ottobre, a Bologna, è stata la notte degli Wire. Non che il gruppo mancasse dal nostro paese da chissà quanto tempo, per carità: fortunatamente la carriera degli Wire è stata lunga e dura tutt’oggi; la loro attività live è stata in genere intensa e sono venuti da noi anche nel 2016 e nel 2017. Ma se, come per chi scrive, la data del Covo Club era la realizzazione più volte rimandata di un desiderio, era destinata a diventare storica. E, per molti aspetti, storica è stata.
Gli Wire non hanno mai avuto un seguito numerosissimo, neanche quando, apparsi in piena epoca punk, posero il loro sigillo sulla musica di allora formalizzando un’evoluzione che è diventata di ispirazione per tanti, negli anni successivi fino ad ora. Una band ‘seminale’, come si dice in gergo, che è ricordata e considerata imprescindibile da tutti gli specialisti e ha costantemente lavorato nel senso indicato dalle sue inclinazioni, senza avere mai paura di cambiare; una band comunque non necessariamente adatta alle masse, con un’impronta tipicamente intellettuale e un approccio non sempre diretto. Anche quanto essi hanno prodotto nella loro carriera solista contribuisce ad attestare lo spessore di questi affascinanti musicisti. Così, il Covo Club, noto locale della Bologna alternativa, era ben colmo di fan di ieri e di oggi… più fan di ieri, in verità…
Prima degli Wire, un trio indie italiano che ha esordito l’anno scorso con un album, Three is a Crowd, uscito per la Goodfellas: non li conoscevo e sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla personalità e dalla capacità di imporsi dei tre, che hanno dispensato un sound assai variegato e ricco di spunti differenti, dallo shoegaze alla psichedelia, con molte distorsioni e, in qualche momento, decisamente ‘rumoroso’. I brani proposti sono risultati intriganti a sufficienza da attirare l’attenzione di un pubblico inizialmente distratto, che poi è apparso invece interessato; oltre alla loro musica, i nostri hanno offerto la cover di un famoso pezzo – forse il più famoso – degli Stone Roses: una scelta che ha fornito una chiara indicazione circa le ‘simpatie’ del gruppo.

Colin Newman. Foto di Mrs.Lovett

Gli Wire, con la stabile formazione degli ultimi otto anni che, com’è noto, include la presenza di Matthew Simms al posto del mitico Bruce Gilbert, sono giunti subito dopo. La scaletta che si attendeva, si sapeva dalla sera precedente, quando si erano esibiti a Torino allo Spazio 211, e doveva comprendere anche una serie di brani nuovi destinati presumibilmente alla loro prossima release. Così è stato, infatti. Per l’occasione i quattro hanno optato per un sound abbastanza tirato, adatto al contesto live, rispolverando efficacemente le radici punk mai rinnegate. I brani nuovi sono stati presentati ma ben poco se ne può dire, dopo un unico ascolto in una situazione così incandescente. La presenza, in scaletta, di pezzi come “Three Girl Rhumba”, risalente al primo album del gruppo o “Over Theirs” e “Ahead” da The Ideal Copy stavano di certo a simboleggiare il legame con un passato divenuto, per così dire, ‘glorioso’, mentre è rimasto trascurato proprio 154, disco che è sostanzialmente parte della storia della musica e tanto ha significato per i loro fan … inclusa la sottoscritta. Evidentemente non doveva trattarsi solo di una ‘carrellata’ di successi, questo il messaggio percepito. Gli Wire sono sempre stati gente non semplice da decifrare, oltre che riservata, e tale natura, a mio avviso, è stata evidente anche nell’occasione: poca comunicazione è intercorsa, in effetti, fra loro e un pubblico decisamente esuberante, conoscitore più che altro delle hit della band, vista la reazione entusiastica con cui è stata accolta la citata “Ahead”. I nostri hanno ricevuto le acclamazioni con moderato calore e hanno proseguito fino in fondo con il loro schema, che fra l’altro prevedeva, come a Torino, due bei pezzi da Silver/Lead e la splendida “Red Barked Trees”, ma, diversamente da Torino, si sono ritirati molto velocemente senza concedere bis, nonostante le insistenze della platea bolognese. Che dire? I quattro hanno suonato da straordinari professionisti, come era logico aspettarsi. Ciascuno di loro ha una lunga storia alle spalle, la loro attività, come si è ricordato, è stata intensa su ogni fronte: forse un po’ di stanchezza è comprensibile e, sul viso segnato di Colin Newman, in assoluto uno dei musicisti che ho più cari al mondo, con una stretta al cuore ho creduto di leggerne le tracce. E’ stata comunque una grande, indimenticabile serata, che ha aggiunto un ‘tassello’ ad una passione viva ormai da una quarantina d’anni.

Wire. Foto di Mrs.Lovett

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