Dead Can Dance: Dionysus

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Dionysus, l’ultimo lavoro dei Dead Can Dance, richiede numerosi ascolti prima di potersene fare un’idea, tanto si distacca dall’oscura anima ‘wave’ che rappresenta il nucleo dei loro dischi più popolari. L’ispirazione di questo album appare, infatti, più che altro vicina alla world music, deviando talvolta verso inediti suoni new age e alimentandosi di strumenti originali – tamburo a cornice, gadulka, flauti di vario genere, tanto per citarne alcuni – in una costante ricerca di vibrazioni insolite, il più possibile vicine alla natura e al mito. Del resto, lo stesso titolo accenna a tematiche mitologiche: il culto di Dioniso, uno degli aspetti più complessi e misteriosi della cultura della Grecia antica, rivisto e filtrato dalla prospettiva di una tradizione musicale più prettamente medioevale cui si aggiungono, appunto, numerosi elementi tratti dal ricco background etnico dei due. Impossibile fornire una definizione precisa del risultato, che quasi si colloca fra arte e ricerca scientifica, ma altrettanto impossibile negare il fascino potente, una sorta di malia, che questa musica emana. Pochi scenari dark, dunque, e la stessa Lisa Gerrard sembra qui restare defilata, per cedere al compagno le parti vocali più suggestive, limitandosi a duetti o controcanti che, pur essendo pregevoli, di certo non le consentono di spiegare compiutamente le sue doti canore. Il lavoro è diviso in due atti, quasi due suites, a loro volta ripartiti in sette ‘capitoli’, che rispecchiano diversi momenti del mito. Fin dalla prima traccia “Sea Borne”, si percepisce l’atmosfera densa e variegata presente un po’ ovunque: dopo le ‘vibrazioni’ ispirate alla natura, che tornano nella maggior parte dei brani si è colpiti da sonorità etniche, con forti influenze orientali, l’andamento è scandito da percussioni in stile tribale e la suggestione è assicurata. La seguente “Liberator of Minds” si ricollega a quel clima con una formula ancor più esotica ma estremamente solenne, caratterizzata da un incedere maestosamente cadenzato: come si diceva, la Gerrard si apprezza fin qui solo in cori o interventi occasionali. Lo stesso accade anche in “Dance Of The Bacchantes” che, fra vivaci ritmiche dal sapore primitivo e grida sinistre e inquietanti, sa come suscitare visioni di altri mondi. Poi, “The Mountain” introduce una chiara variazione, spostando lo scenario dall’oriente ad un nord popolato di cornamuse, in cui si muove a suo agio Perry con la sua voce incredibilmente espressiva, omaggiata dalla Gerrard con una sorta di controcanto, mentre la successiva “The Invocation” rende giustizia a lei, consentendole finalmente di mettersi in mostra, in un contesto rituale che sa di misticismo. “The Forest” è un grande pezzo di ‘world music’ con qualche rara sfumatura wave, interpretato magistralmente da Perry; la conclusione è lasciata a “Psychopomp” con la sua ‘aura’ evocativa e remota, ben inquadrata da cinguettii e altri suoni naturali e dal canto suggestivo di Perry, a ricordarci che ascoltare i Dead Can dance riserva, oggi come ieri, emozioni e godimento a volontà.

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