Evergrey: The Atlantic

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Stando alle dichiarazioni del band-leader Tom Englund, la lavorazione di The Atlantic non è stata esente da difficoltà, in primis i danni occorsi allo studio di registrazione subiti in corso d’opera e non meno precisati problemi personali che dovrebbero aver coinvolto alcuni membri del complesso. Ma lo svedese è uomo forte e determinato, e non è esagerato definire l’undicesimo capitolo di una carriera che ha avuto inizio nel ’96 come uno dei più centrati, oltre che più oscuri ed introversi. Edificato su di un riffing imperioso e sull’ispirata interpretazione del fondatore, coinvolgente come non sempre aveva mostrato di essere in passato. E già l’opener (e primo singolo nonchè video) “A silent arc” chiarisce di che impasto è fatto The Atlantic, completamento ideale di una trilogia che ha avuto inizio con “Hymns for the broken” del 2014 ed è proseguita con il centrale “The storm within” di due anni dopo: dark-metal impreziosito dagli intarsi delle tastiere di Rikard Zander (che si esibisce in svolazzi classicheggianti su “A secret Atlantis”) e poggiante sulla affidabile sezione ritmica della quale sono titolari Johann Niemann e Jonas Ekdahl. Ha buon gioco la chitarra di Henrik Danhage potendo contare su d’una crosta così solida ove poggiare, e la coesione del collettivo scandinavo (stabilizzatosi dal 2014) si misura in episodi come la minacciosa “All I have”, canzone che scende a profondità abissali per poi risalire repentemente in un giuoco riuscito di luce e di ombra, e la corale “End of Silence”, mentre l’anima progressive-metal deborda in “Currents” (brano che non mi ha particolarmente impressionato, se non per il finale epico). Ma The Atlantic riserva ancora emozioni, come in “Departure” dal titolo che si riflette nel suo lento procedere che evoca abbandoni e che Englund interpreta con uno stile che ha saputo far proprio, maturando disco dopo disco (mi sorprende come stavolta non faccia la sua comparsa la di lui consorte Carina) e come nell’imperiosa “The beacon” che mette in evidenza l’anima più introvertita degli Evergrey, ed ove gli strumenti mulinano senza che venga meno la compattezza della narrazione . Si chiude con la canonica “The ocean”, summa del pensiero compositivo/esecutivo di Tom Englund che nei cinque minuti di durata cita presente e passato della sua creatura: chitarre e basso su toni ribassati, percussivismo tempestoso e keys a stringere i fili di una trama spessa. Ad ogni uscita gli Evergrey legittimano la loro appartenenza al ristretto gotha del metal darkeggiante, cercando (e trovando) ricorso a soluzioni che fuggano dalla banalità e sopra tutto di superare se stessi senza che ciò rechi danno alla fluidità del loro operato. Da oltre venti anni, ed avendo pagato scotto alla creatività in passato sapendo però ritrovare la via maestra dell’ispirazione, mantengono un invidiabile standard qualitativo, che pochi possono vantare. The Atlantic chiude un triduo, chissà cosa ci riserverà il futuro di Tom Englund e del suo ristretto circolo di talenti…

 

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