Marissa Nadler: For My Crimes

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Nuovo disco per Marissa Nadler, songwriter americana collocata da sempre in quell’area indefinita che sta fra la malinconia e il sogno: appartata e incurante delle luci della ribalta, la musicista si è costruita un mondo intimo e personale, ben poco illuminato dai raggi del sole ma costantemente dominato da un forte pathos emotivo che coinvolge profondamente chi ascolta. Anche in questo For My Crimes sono mantenuti i canoni per i quali la Nadler è più nota: arrangiamenti di grande semplicità, incentrati su arpeggi pizzicati, e testi su temi ideali o quotidiani, in pratica la ricetta folk resa più raffinata e ‘condita’ di frequenti variazioni oscure e ‘gotiche’ ricche di mistero, che l’hanno resa cara ad un pubblico assai composito. Si comincia con la struggente title track, ove ‘compare’ la figura di un condannato a morte in attesa della fine, con la quale la Nadler sembra identificarsi: la chitarra, qui, è semplicemente meravigliosa e la collaborazione alla parte vocale della folksinger Angel Olsen, oltre al violoncello di Janel Leppin, contribuiscono a creare uno scenario allo stesso tempo disperato e potente, che lascia profondamente turbati. Subito dopo è il momento dell’amore, presente nell’idea fondante del disco e espresso in “I Can’t Listen To Gene Clark Anymore” da meste note folk e da un canto emozionante, occasionalmente addirittura straziante – si distingue qui il cameo di Sharon Van Etten – mentre “Are You Really Gonna Move to the South?” si avvale dell’inclinazione della nostra al country folk per restituirne una versione assai dolente, impreziosita dall’arpa di Mary Lattimore; “Lover Release Me” spande malinconia e il lirismo di due voci femminili quasi ultraterrene. Poi, uno degli episodi più suggestivi, la bellissima “Blue Vapor”, in cui la chitarra acquista incisività e, al tutto, si aggiunge la forza dalla batteria di Patty Schemel mentre è Kristin Gundred delle Dum Dum Girls, a collaborare con la Nadler alla parte vocale; la seguente “Interlocking” torna a sonorità di triste pacatezza. Quindi, bypassata la tetra uniformità di “All Out Of Catastrophes” e la vagamente ‘sospirosa’ “Dream Dream Big In The Sky” troviamo “You’re Only Harmless When You Sleep”, languida e delicata nonostante la ‘gravità’ del testo. Da menzionare, infine, la melodia essenziale e accattivante di “Said Goodbye To That Car”, con la quale si conclude fluidamente e con eleganza un grande, intenso album.

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