Suede: The blue hour

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Giungi ad un punto della tua esistenza che tutto è mutato. Forse non te ne sei nemmeno reso conto, ma è così, è successo. Lo noti anche quando il tuo sguardo si riflette in quello degli altri. E’ diverso, e non perché lo specchio è appannato e la sua superficie ha subito la corrosione del Tempo.

 

Rendere sepoltura ad un esserino che hai trovato, avvolto nel gelo della Morte, fra l’erba del parco. Fare mostra di una gestualità misurata e pietosa a tuo figlio. Pesare colle proprie mani quel corpo che pare immateriale tanto è leggiero. Cosa sarà di noi quando l’Anima ci avrà abbandonati?

 

The blue hour chiude la trilogia iniziata con “Bloodsports” e proseguita con il centrale “Night thoughts”. Ed è un disco che poggia su una architettura sonora grandiosa. Merito indubbio della Prague Philarmonic Orchestra, vero e proprio componente aggiunto (ed insostituibile chioserei) alla solida line-up Anderson/Oakes/Codling/Gilbert/Osman, team coordinato da Alan Moulder che in quanto a referenze non si discute. Magari si potrà eccepire sull’eccesso di pompa che potrà risultare urticante per chi predilige melodie più immediate, ma è insito nella struttura molecolare del glam-rock, teniamolo ben a mente. E’ una chiave di lettura ormai consolidata. Una decadenza impalpabile che a tratti fa emergere una malinconica vena quasi “nickcaveiana”, anche se Anderson sa scansare paragoni ingombranti, lo fa da quando inaugurò la sigla Suede con il sodale d’allora Bernard Butler.

 

The blue hour tiene fede al titolo. Crepuscolare, come “The invisibles” che fa sanguinare il cuore, con quel violino che taglia l’aria levando il suo tremolante lamento accompagnandosi al canto. Eccessivo e fors’anche forzato, ma necessario è chiarire che i fasti dell’esordio sono lontani, ed è meglio ripiegarsi su se stessi. Ponderare, come si fa al crepuscolo, quando s’avvicina l’ora del riposo, della riflessione, del tirare le somme della giornata. Le difese calano, si è più onesti verso se stessi, perché mentire? Il finale corale, con gli strumenti che si impossessando della scena, la chitarra che ricama trame solide, la sezione ritmica che s’appoggia a delle tastiere che sospingono il tutto verso il maestoso epilogo (monumentale come un cenotafio di marmo brunito), rappresenta la celebrazione di un ensemble che sa di aver profuso anni di energie e talento, e che non deve badare a chi commenta per mestiere. Tanto la base è solida e non deluderà, rispondendo al richiamo.

 

Hai schiacciato il tasto “repeat”, però, ed “As one” pare riaccompagnarci sul luogo ove ci avevano abbandonati. Riallacciare trame con “Wastelands” che cita il passato, e che Anderson interpreta accentuando la pronuncia, ascoltatelo attentamente, par di vederlo col ciuffo che cela parte del volto e colla camicia di seta viola che fascia il torace ossuto, fragile come quello d’un passero. Ma non è più quello, sono io che mi rifugio nella solita considerazione che fa tanto approdo sicuro, l’epica del (glam) rock… M’appresso alla finestra, le punte dei tigli che si levano impettiti nel parco sono ancora festonate di grumi di foglie giallo/marrone, che tenaci resistono al vento che cala da nord-est, annunziatore dei primi freddi che chissà se verranno. Oddio, sono invecchiato, come mio nonno, “…anche il clima è cambiato” ed erano quaranta e più anni fa… Verrò a trovarti, nonno, a cercar risposta nei tuoi occhi azzurri e penetranti. “Mistress” scivola sottopelle, l’impeto hard-rock della chitarra di Oakes scuote “Beyond the outskirts”, “Chalk circles” è il canto che accompagna la processione che si snoda tra sentieri di campagna, ove gli scarponi ed i risvolti dei pantaloni s’inzacchereranno affondando nella mota, ma quando rientreremo potremo scaldare le nostre mani gelide al fuoco del camino (“Cold hands”), non prima di aver accompagnato i figli al giardino, spazzando con gesto indolente la neve dall’asse dell’altalena. L’inverno… “Roadkill” è l’incontro con la Morte (Sylvian osserva da lontano), “Tides” è il tormento che sale dal petto dolorante e s’aggancia alla flanerie glam di una “Don’t be afraid if nobody loves you” che è “smithsiana” non solo nel titolo, “Dead bird” è un frammento di nemmeno mezzo minuto di rumore (la coda di “Roadkill” è racchiusa in questi pochi secondi), gli svolazzi di “All the wild places” vorrebbero donare quiete al nostro spirito provato, ma…

Eppoi “Life is golden”, temevate che Anderson avesse calmierato nel rimorso la tentazione irresistibile che rende di questo Autore uno sciolto compositore di hit?

 

“Bloodsports”/”Night thoughts”/The blue hour” come “Manifesto”/Flesh+Blood”/Avalon”? Lo so che ci cascavo. Maledetta no-stal-ghia! Ero troppo giovane, allora, non capivo che tutto stava finendo, che la ricerca della algida perfezione assoluta avrebbe provocato l’implosione. Ed ora, sarà lo stesso? Non lo so, non importa per ora, “Life is golden”.

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