Kælan Mikla: Nótt eftir nótt

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Le Kælan Mikla sfornano un altro bellissimo lavoro, confermandosi ormai, più che come una promessa, come un valido e prezioso riferimento nell’ambito del genere musicale che seguiamo da sempre. Il trio, se così possiamo dire, non ne sbaglia una, e anche Nótt eftir nótt, uscito da qualche mese, è più che all’altezza. La musica delle ragazze, infatti, sembra giunta ad una formula matura ed originale, che combina l’attitudine synth/darkwave, un basso incisivo e la tradizione d’Islanda – soprattutto per quanto riguarda il mito e il folclore – senza trascurare ‘puntate’ in altri campi. I nove brani di Nótt eftir nótt sono così: strani, cupi ma, qua e là, pieni di una energia sottile che li rende intriganti. Cominciamo con “Gandreið” e i suoi suoni tetri e solenni, un impianto elettronico sostanzioso e una voce di sirena che seduce e respinge al tempo stesso, abbinata, a tratti, a una sorta di grido. “Nornalagið” torna con classe grandissima in area darkwave svelando una sorprendente dote ‘danzereccia’, ma non tralasciando elementi sinistri che forniscono brividi in abbondanza, mentre “Hvernig kemst ég upp?” è un viluppo di tenebre e tensione e la seguente “Skuggadans” rispolvera l’ispirazione death rock di Mánadans. Ma “Draumadís” fa pensare ad un ‘sabba’ in salsa darkwave con la parte ‘sintetica’ che impone tutta la sua ‘ronzante’ natura gotica e, poi, “Næturblóm” sembra strizzar l’occhio ad una tradizione dark viva da molto tempo. La bella “Andvaka” sperimenta abilmente sonorità electro e ritmica da dancefloor per disegnare uno scenario assai inquietante, ma è la title track che arriva all’apice del pathos, sovrapponendo una straordinaria parte vocale, in cui ognuna si esprime con carattere e convinzione rappresentando un mondo pervaso di angoscia, ad una trama elettronica molto efficace curata dal parimenti islandese Barði Jóhannsson, considerato generalmente un ‘mago’ del settore. Infine “Dáið er allt án drauma” che, come si è letto, è basata su una opera del poeta islandese dei primi del ‘900 Davíð Stefánsson, conclude con un momento di intima malinconia, scandita dal ritmo cadenzato e drammatico, un album davvero imperdibile.

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