Long Night: Barren land

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Swiss Dark Nights è etichetta leader del comparto gothic/dark-rock, ne è probante conferma l’eccellente Barren Land, seconda fatica dei norvegesi Long Night che testimonia pure l’ottimo stato di salute del genere. Ben predispone all’ascolto “East of the sun, west of the moon” dal mirabile titolo, canzone caratterizzata da ritmiche a la Death Cult molto incisive, da chitarre compatte e da un cantato classicamente goth, mentre “The night’s ablaze” è puro Mission-sound, per la gioia degli adepti del verbo husseyano. La title-track è articolata e meno d’immediato impatto, significativo nel suo lento lievitare fino a confermarsi fra i più riusciti del lotto (in totale nove sono i brani che compongono la lista). Barren land mantiene saldamente dritta la barra del timone, non temendo il confronto con un passato ingombrante e nemmeno con un futuro da ri-scrivere, i tre sono dei veterani, ed il peso specifico dei Long Night risente positivamente delle personali esperienze maturate da Olsson (che ha partecipato ad uno dei progetti più rilevanti dell’anno scorso con gli October Burns Black, molto più che un super-gruppo), Bergoy e Sorlie, vero e proprio power-trio del goth rock. Talmente padroni della materia che perdoniamo loro anche qualche cedimento calligrafico di troppo, ma fa parte del gioco, a certi riferimenti non si può rinunziare. Rispetto all’esordio “Sorrow returns” di tre anni fa Barren land palesa una maggiore determinazione nell’elaborare ambientazioni più “chiuse”, al limite dell’introversione, riprendendo alcune idee abbozzate nell’EP, come la dilatazione psichedelica da “western-gothic” di un episodio maturo come “”On a little snowy field” (bei giochi di chitarra e basso, voce profonda quasi morrisoniana…). Ma come cedere alla tentazione, e rinuciare alla grandeur espositiva dell’epica “It’s all gone” palestra ideale per la chitarra di Olsson, od agli arabeschi strumentali di “Black river” che mandano a memoria la lezione di “Children”? Le tre canzoni che costituiscono la porzione finale del disco nulla aggiungono a quanto fino ad ora espresso, è chiaro che il mestiere costituisce una risorsa alla quale ricorrere quando serve (la cogitabonda ballata “Flickering lights” rimanda a The Cult).

Barren Land evidenzia quella cura per gli arrangiamenti e per la produzione che fanno parte del naturale bagaglio di una grande band, adeguato al genere proposto del quale ricalca i canoni classici senza esimersi dal praticare soluzioni originali che mettono a frutto l’esperienza personale di ogni uno dei componenti il terzetto. Ortodossia goth.

 

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