Rome: Le ceneri di Heliodoro

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Nel recensire l’ultimo lavoro di Rome Hall Of Thatch sottolineavo come Jerome Reuter si stesse allontando sempre di più dalle sonorità marziali che aveva utilizzato soprattutto all’inizio della sua produzione. Mi riferivo a dischi come Confessions d’un voleur d’ames e di Masse Mensch Material ma, in realtà, anche alla corposa trilogia Die Æsthetik Der Herrschaftsfreiheit, forse fino a questo momento lo sforzo compositivo maggiore di Rome, sorta di compendio “filosofico ed estetico” della sua opera. In realtà se, soprattutto dal vivo, questo è sicuramente vero, in studio il nostro non ha mai nascosto di avere delle velleità sperimentali come si può ascoltare in Hate Us And See If We Mind.

Ora Rome se ne esce con un nuovo disco, dall’evocativo titolo di Le ceneri di Heliodoro che rappresenta una sorta di ritorno, dopo 2 dischi per certi versi sorprendenti come The Hyperion Machine e Hall Of Thatch, allo stile neo-folk degli inizi. La traccia iniziale “Sacra entrata” è nello stile cupo e marziale dei primissimi Der Blutharsch, quelli per intenderci di Der Sieg Des Lichtes Ist Des Lebens Heil: una voce stentorea declama sopra a un tappeto di tamburi mentre una voce femminile evoca recitando in italiano la figura del Vate Gabriele D’Annunzio. La successiva “A New Unfolding” è una classica ballata nel suo tipico stile folk. Con “Who Only Europa Know” – il titolo ricorda non casualmente “Only Europa Knows” del 1996 dei Death In June proveniente dal pregevole Kapo!– si parla dell’eredità culturale dell’Europa e di come oggi l’anima del nostro continente sia in pericolo di fronte alla deriva turbocapitalista in cui viviamo. “The West Knows Best” stilisticamente non si discosta da un elegante neo-folk mentre il testo ironizza sugli Stati Uniti con la ripetizione ossessiva delle parole “We Used To Love America”. Si tratta di un brano già presentato dal vivo nelle ultime esibizioni come al Wave-Gothik-Treffen del 2018. “Fliegen Wie Voegel” ci parla invece della bellezza del volo in una canzone dal sapore un po’ “Futurista” mentre gli arrangiamenti sono neoclassici e mi hanno ricordato Operation Hummingbird sempre dei Death In June.

La seconda parte si apre con “One Lion’s Roar” – già uscita su singolo – , un brano che si candida fin d’ora come uno dei nuovi classici dell’epopea di Rome. La musica è trascinante e mi ha ricordato certe atmosfere di quello che ancora oggi è il mio disco preferito di Rome ovvero Flowers from Exile” “The Legion Of Rome” è un altro dei pezzi forti di “Le ceneri di Heliodoro”: il finale è molto concitato e da brividi e mi ha ricordato molto i Sol Invictus. “Uropia O Morte” ci conduce poi verso la fine del viaggio e riesce realmente ad emozionare: altro brano che rientra a mio avviso fra le cose migliori di Reuter. “Desinvolture” chiude il cerchio evocando ancora i primi Blutharsch con sonorità marziali e neoclassiche.

In definitiva Le ceneri di Heliodoro è un grande disco, mi azzardo a dire fra le cose migliori mai fatte da Rome. Si vede che Jerome Reuter ha sentito l’esigenza di evidenziare nuovamente come, attualmente, sia lui il vero faro del neo-folk.

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