The Beauty of Gemina: Flying With The Owl

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L’ottavo album degli svizzeri The Beauty of Gemina, Flying With The Owl, forse non piacerà ai fan tradizionali della band, ma rappresenta a mio avviso un momento maturo e positivo che è giusto evidenziare: la musica di Michael Sele & Co, fino ad oggi, si era collocata in area rdarkwave/goth, con un’impostazione di stampo rock, per altro senza mai realmente brillare, soprattutto fuori da Svizzera e Germania. Flying With The Owl è invece un lavoro molto ispirato e sentito, pervaso da una malinconia di fondo che si esprime in forme semplici ma spesso toccanti, come scaturite direttamente da una dimensione intima e solitaria cui la voce di Sele, di norma sempre piacevole ma qui addirittura quasi da crooner, conferisce le giuste tonalità. L’opener “River”, una pregevole ballata acustica dai colori crepuscolari, è caratterizzata da una tristezza desolata che evoca ricordi e grigi paesaggi naturali, qua e là grazie al contributo di un violino prezioso, efficacemente presente anche nella successiva “Into My Arms”. “Monsters” è del tutto immersa nell’atmosfera intimista di cui abbiamo detto e, oltre al canto struggente, vi emergono validamente basso e chitarra, mentre “Ghosts” opta per un andamento più vivace, ulteriormente animato da una chitarra briosa; “In the Dark” ci riporta nell’oscurità e nella sofferta solitudine di freddi boschi invernali. Troviamo poi uno degli episodi più originali e coinvolgenti: “I Pray for You” incede lenta ma assai variegata, con tinte comunque costantemente cupe, che l’intensa parte vocale ben rispecchia: in qualche passaggio sembra aleggiare la memoria dell’ultimo Bowie. Quindi, se “Tunnel of Pain” pare cimentarsi con uno stile blues cantautorale e “Again” è un’altra ballata lineare ed introspettiva, “Shades of Summer” offre di nuovo un momento malinconicamente struggente in cui chitarra e canto mesto, suggerendo tristi ricordi di un tempo ormai andato, sanno colpire a fondo. Infine “Suicide Day”, una sorta di “Gloomy Sunday” in salsa ‘teutonica’ in cui il piano completa con note patetiche e toccanti la voce bellissima, e la strumentale e altrettanto accorata “Wood Song” concludono impeccabilmente un album meritevole ma ingiustamente ignorato.

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