Crown Of Autumn: Byzantine horizons

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Le facili soluzioni non si confanno all’indole ardita dei Crown of Autumn, i quali hanno sempre saputo ripagare le attese dei loro fedeli e pazienti sostenitori. Byzantine horizons è finalmente tra noi, e sono trascorsi otto anni da “Splendours from the dark”; ancor più, ben ventidue, dall’esordio “”The treasure arcane”, che MKM ha ripubblicato in edizione speciale nel 2011, compendiando pure le altrimenti disperse quattro tracce del demo “Ruins” del ‘96. Epico, glorioso, a tratti ridondante, ma dinanzi al gioiello di virile eleganza che è “Dhul-Qarnayn” non possiamo non convenire che essi sono i depositari di un talento smisurato. Bilanciare foga (“Lorica”) e melodia con tanta accortezza non è da tutti, e siamo solo al principio della saga, aperta magistralmente da “A mosaic within”. Anche nei frangenti più pomposi, quando consapevolmente il quartetto eccede in magniloquenza, ci si scopre indulgenti. Lo sfarzo della Corte di Costantinopoli! Ogni singolo episodio aderisce al sostanzioso corpus narrativo sul quale aleggia la nobiltà corrusca degli Warlord, traducendosi in una raccolta organica che trova la sua sintesi negli episodi più articolati come “Walls of stone, tapestries of light”. I Crown of Autumn sono unici nel loro genere, proprio in virtù del senso della misura che appartiene loro naturalmente. Si stabilizza l’ingresso in formazione di Milena Saracino, una voce angelica che bilancia l’ardore espressivo di Emanuele Rastelli, appoggiandosi alle melodie vocali di Gianluigi Girardi. Non sono un sostenitore delle urla belluine, ma è la vocalità così impostata a rendere i CoA, e Byzantine horizons di conseguenza, così particolari. I cantanti vi accompagneranno nell’ascesa all’Olimpo, ovvero nella caduta nella fossa dell’Ade, sempre sostenuti da partiture di pregevole fattura. Non è esente il lascito comunicativo redatto dai Magnifiqat, progetto che per la sua portata ha segnato un passo significativo nella carriera di Rastelli e di Stancioiu e cha va ricuperato, essendo tutt’ora attuale alla luce di quanto Byzantine horizons esprime. Si amplia il solco compositivo abbracciando un uso appropriato dell’apparato elettronico, che attenua l’ardore della moderna e scattante “Everything evokes” senza inficiarne l’architettura; in alcuni frangenti echeggia la solennità crepuscolare dei Blue Oyster Cult, nella goticheggiante “Whores of Eleusis” la narrazione si fa più snella, la maestria dei nostri fa si che la trama si alleggerisca senza barattare nulla del suo valore (i Queensryche di “Operation: mindcrime” e di “Empire”). Gli inserti in lingua madre rendono ancor più seducente la cronaca, elemento al quale i CoA potrebbero fare affidamento con maggiore costanza in futuro. Byzantine horizons squarcia con il suo metallo classico, progressivo ed epicheggiante un lungo, e non poteva esserci ritorno più fastoso, come il rientro della Legione da una campagna invitta.

 

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