Der Himmel über Berlin – Live a Villa Vicentina (UD) – 15/03/2019

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Der Himmel über Berlin a Villa Vicentina (UD) – 15/03/2019. Foto di Nora Biondi/EleNoir

Ci sono due gruppi, entrambi italiani, che interpretano la regola del gothic-rock rinnovandola nel rispetto della stessa ed elaborando una formula espositiva personale. Compito di non facile soluzione, tutto apparentemente è già stato scritto, custodito nella fredda pietra di una urna funeraria, bensì vi sono degli elementi che, se ben combinati tra di loro, permettono di giungere a delle soluzioni perfettamente distinguibili, senza operare stravolgimenti e poco o nulla concedendo alla commistione con generi estranei al “corpus” gotico. E di superare una impasse compositiva non irrilevante che ha generato la “morte” artistica di più di un gruppo, più o meno celebrato. E che può portare all’estinzione del genere stesso.

I Burning Gates, veterani della scena attivi dalla prima metà dei novanta e rientrati lo scorso anno con New moon, materia fresca che spazza via ogni indecisione circa un futuro (del goth “chitarristico”) che alcuni adombravano di nembi minacciosi, vero coagulo della scena goth torinese essendo generati dall’incontro di esperienze già mature e significative. Un collettivo tetragono che si fa portabandiera di un sound bellicoso che approccia l’epica crepuscolare dei Fields of the Nephilim con la posa incompromessa dei New Model Army.

I Der Himmel uber Berlin, anch’essi in quattro, sono la risultante della somma perfetta di individualità distinte che formano un complesso integrato: un batterista dotato di un bagaglio tecnico illimitato che gli permette di suonare qualsiasi cosa senza limitazioni di genere (non sforzatevi, non troverete suoi pari nemmeno tra i più blasonati, se non l’impeccabile Doktor Avalanche); un bassista icastico, lineare (la scuola inglese di Simonon/Sensible/Burnel/Tregunna), uomo d’ordine fidato che affianca e sostiene un chitarrista capace di trarre dal suo strumento suoni mostruosi mentre, sul palco, pare alienarsi da tutto ciò che lo circonda. Un front-man che è un catalizzatore che sa che può fare affidamento sul sostegno degli altri tre e su una esuberanza spontanea, che usa con sagacia da consumato intrattenitore.

Ancora una volta marzo. Nel 2016 fu il 25, nel 2017 il 24 (entrambe le date si tennero a Trieste). Una coincidenza, ovvero no, utile comunque a stabilire una cronologia, la ricorrenza è elemento essenziale nella determinazione dell’epica. La scaletta (un’ora intensa) conta alla fine undici brani dei quali tre anticipano il disco di prossima uscita (“Voodoo chinese dolls”, Johnny Thunders andrebbe fiero di questa intitolazione), ampliando ulteriormente un repertorio già corposo (e “Black dress”, “My rubber Queen” e “Cold fever” sono già classici). Non v’è evidente discrepanza fra vecchi e nuovi brani (dicasi anche per la più datata “Allumette Lucifer”), segno di un filo narrativo che tiene e di una formula sempre più perfezionata, l’evoluzione dell’apparato compositivo non evidenzia soluzione di continuità. Pubblico numeroso, il quartetto fa affidamento su una schiera di seguaci sempre più folta, il duro lavoro paga, rituale del frustino (durante l’esecuzione di “My rubber Queen”) assolto (non mi ripeterò, se volete approfondire a vostra disposizione c’è il nostro archivio). Cover (“Dead souls”) della quale si appropriano della forma e dell’anima omaggiandone lo spirito, uno snodo delicato che viene superato in scioltezza. Ore spese sui palchi di mezza Sorella Europa (e nell’angusto spazio di un furgone, è lì nascono i grandi gruppi, tutti accanto, schiacciati l’un l’altro, tutto condiviso, anche l’aria satura d’umori che si respira), si saldano i rapporti rendendo quattro individui così diversi un blocco unico, determinato, eppoi questa è passione (non quella di Cristo), lo fai per quello, sennò non ha senso. Sacrifici, rinunzie, compromessi, tutto passa in secondo ordine. C’è un prezzo da pagare, ma ciò che si ottiene in cambio ha un valore che non si misura in grammi. E’ una liturgia, il sentire tutt’intorno a te vibrare, vedere la fila di teste che si muovono, gli sguardi diretti in un unico punto. Quella che pare una massa confusa tra ombre chiazzate di luce è invece lo stesso corpo pulsante che rimanda agli esecutori la propria energia, in uno scambio che si auto-alimenta.

Der Himmel über Berlin a Villa Vicentina (UD) – 15/03/2019. Foto di Nora Biondi/EleNoir

Un wall of (voodoo) sound devastante, se ci sbatti contro ti fai male.

Concettualmente è come se gli A Place to Bury Strangers si ricordassero di essere (ancora) “the loudest band in NYC” e risuonassero l’intiero Is nothing sacred dei The Lords of the New Church (e sapete che per The Lords sarei disposto ad uccidere, non scherzo) magari dopo aver ascoltato per tutta la notte Fire dances dei Killing Joke.

Il suono è denso di riverberi, ti si appiccica addosso. La sezione ritmica consolida le fondamenta fumanti dalle quali si leva il rumore bianco caldo prodotto dalla chitarra che a tratti pare calare da lontano, da abissi siderali, il cantante sa come muoversi al momento giusto. E’ tutto perfetto, il sangue pulsa alle tempie, una lama penetra il costato, fracassandoti lo sterno. Coaguli di suono e fasci di luce che si frantumano e si raggrumano, per ripetere poi il ciclo ad ogni nuova esecuzione. Un tessuto ottenuto incrociando ruvidezza post-punk alla tempra motorik/shoegaze, inchiodato sulle assi del goth più esuberante senza nessuna concessione (se non nelle pose del front-man) all’orpello. Death/goth, e così sia.

 

Scaletta:

Salvation (da “Voodoo chinese dolls”)

Blind empire (da “Voodoo chinese dolls”)

Alone in my room (da “Shadowdancers”)

Dead bodies everywhere (da “Voodoo chinese dolls”)

Kafka Motel (da “Emesys”)

Allumette Lucifer (da “Memories never fade”)

Black dress (da “Shadowdancers”)

Dead souls (cover Joy Division)

Poison on your tongue (da “Emesys”)

My rubber Queen (da “Emesys”/”Amnesia”)

Cold fever (da “Amnesia”)

 

Der Himmel uber Berlin:

Riccardo Zamolo: batteria

Stefano Bradaschia: basso

Davide Simeon: chitarra

Teeno Vesper: voce

 

Ringrazio Nora Biondi/EleNoir per le fotografie, la Tua passione è ammirevole.

“…rumore caldo bianco e chiazze di luce…” (mozzicone tratto da “Crooked letter, crooked letter”, in italiano “L’avvoltoio”, di Tom Franklin).

 

Epilogo

Si sta palesando un nuovo rinascimento del gothic-rock. Non solo nomi noti, o rientri eccellenti, ma anche emergenti che si stanno mettendo in luce, capitalizzando magari anni di attività sottotraccia. Se The Eden House rappresentano l’ala più intrinsecamente elegante e matura del goth, potendo contare su un parterre di talenti invidiabile, se gli October Burns Black hanno riunito in un solo corpo le sue diverse anime (americana, inglese, scandinava, tedesca), anche nel novero dei meno noti non mancano segnali di ripresa, di consolidamento. Una schiera che si infoltisce sempre più, favorita da etichette preparate e da una rinnovata attenzione da parte del pubblico che va però stimolata. Chi lo dava in declino dovrà ricredersi. Ed i Der Himmel uber Berlin con il disco che verrà potrebbero innestare una ulteriore tessera in un mosaico sempre più definito.

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Der Himmel über Berlin a Villa Vicentina (UD) – 15/03/2019. Foto di Nora Biondi/EleNoir

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