Eduardo Vitolo: Children of Doom

0
Condividi:

In questi giorni (mentre sto perfezionando questo articolo) Claudio Sorge, uno dei massimi esponenti della narrativa rock in Italia, ché definirla nel suo caso semplicemente “critica” è parziale, ha postato una fotografia dei Saint Vitus, definendoli “più antichi del doom stesso”. I Grandi Antichi, coloro che sono sempre esistiti, prima di tutto…

Il “tutto” è l’heavy metal, del quale il doom è parte irrinunciabile. Centinaia, migliaia di complessi adepti della Musica del Destino, e non si contano quanti altri ad essa hanno dedicato solo sporadiche testimonianze.

Leggere Children of Doom è come “immergersi” nel Mito. Perché l’Autore narra letteralmente del genere che più caratterizza l’ala più mistica del metal. Lo fa con trasporto unico, lasciando trasparire il sentimento che prova per questa che non è solo Musica. Pare di udire le sue parole, di averlo accanto mentre distingue correnti, stabilisce contatti, traccia genealogie, contribuisce in somma alla creazione di un organico mitologico, indispensabile per comprendere il significato stesso del doom, le sue ragioni d’esistere. Di essere sempre esistito.

Saggiamente Vitolo non si limita a sterili compilazioni di liste. Troppo facile ridurre una materia tanto vasta e complessa (e sopra tutto poco nota) ad un elenco di date, nomi e titoli. Certo semplificherebbe, ma non è il caso. Lo stile è lineare, lo schema pure, ed è quanto mai efficace. Competente in materia, non cede alla lusinga dell’auto-celebrazione. Si rivolge agli appassionati, ma anche a chi del dark sound conosce poco. E quindi necessita di basi, di una “costruzione” particolareggiata ma non troppo, che induca il neofita alla curiosità, all’approfondimento e lasciando ampi margini alla ricerca che ogni uno svilupperà per conto proprio.

Il doom è la risultante di un processo lento che ha a che vedere con aspetti quotidiani dell’umano esistere, come l’evoluzione (o involuzione) della nostra stessa società. Lutti, catastrofi, pestilenze, eventi che provocano dolore, che inducono alla riflessione, a soppesare il Male ed a ricercarne una ragione; l’espiazione, la punizione, il Giudizio. Una ampia porzione iniziale è dedicata non solo ai precursori ed ai Fondatori Black Sabbath, ma pure alla ricerca delle lontane origini. D’altronde è sufficiente varcare i cancelli di un vecchio cimitero, non necessariamente di campagna, per trovarne delle tracce. E qualcuno ricorda le storie dei nonni, i loro ricordi di lunghe notti invernali trascorse uno accanto all’altro dinanzi al caminetto, molti ricorrendo al tepore delle stalle, emanato dai corpi degli armenti. E la paura del buio, del Diavolo, delle Streghe. Non è Medioevo, in molte regioni d’Italia trattasi solo di qualche decennio or sono. Terreno fertile per alimentare la suggestione.

Per quanto riguarda la musica, anche Vitolo individua le due scuole di pensiero principali, le più importanti per emanazioni, per numero di complessi, per influenza esercitata: quella inglese e quella americana. Perché se negli Stati Uniti mancano i riferimenti al passato remoto, è pur vero che la Natura compie un’opera non indifferente di creazione di una mitografia dark tipicamente americana, si pensi al Sud, ai suoi ritmi così diversi da quelli di NYC (che pure fu culla dei Winter, la reazione alla frenesia della metropoli?), alle sue popolazioni così fiere, orgogliose della loro Terra (“sweet home Alabama, where the skies are so blue”…), forgiate nel metallo degli attrezzi coi quali si dissoda la terra, si lavorano i campi. I rituali occulti consumati tra gli acquitrini pregni del tanfo della decomposizione. E l’Inghilterra colla sua Storia, le guerre intestine, le persecuzioni, i rigidi credi esportati poi nel Nuovo Mondo, ecco l’intrecciarsi delle due correnti, un passato in parte comune, certamente l’uno derivante dall’altro.

Ma il doom si è ramificato, come il delta di un fiume imponente (il Mississippi?), sono sorte altre realtà nazionali, ed ancora i riferimenti più netti sono alla Storia, alla Natura, rimanendo sempre centrale il tema del Dolore, ma anche la visione spirituale dell’esistere, il cercare risposte ai propri dubbi e sollievo per i propri timori. Con il suo incedere solenne, composto, il doom accompagna la lenta processione che è la Vita, fino all’ineludibile capitolo finale. Evita il virtuosismo, non è necessario, pensate ai canti delle beghine che accompagnano una celebrazione, l’imperfezione rende ancora più solenne il Rito, le sue composizioni sono corali, si avanza tutti assieme, in fila, accanto al feretro, come sulla copertina di “The road less travelled” dei Penance. Dinanzi alla Morte siamo tutti uguali.

Negli anni il dark sound si è estremizzato, ovvero ha inglobato elementi da stili diversi, ma non ha mai perduto l’originaria forza evocativa. Un’unica matrice, irrinunziabile. Nel deserto, ove manipoli di musici cercavano nuova ispirazione facendo ricorso a sostanze, come tra le nevi dei lunghi inverni del Nord Europa. Voci femminili, protagoniste o comprimarie, ne hanno ingentilito i tratti. Si segue sempre il sentiero principale, come Vitolo sa, da buon camminatore. E percorrere a piedi un tratto più o meno lungo ci dispone alla riflessione, al distacco, alla contemplazione. Esercizi quanto mai necessari, anche per comprendere appieno il senso istesso del doom.

L’Italia. Così ricca di vestigie, crocevia della Storia e dell’Arte, anche essa ha saputo offrire prove esemplari. Una visione peculiare del dark, occulta, sapienza esoterica, pregna di valori identitari; una scena cha ha prodotto capolavori che gli stessi Fautori riconoscono con un velo di ritrosia, troppa modestia, eppure nulla abbiamo da temere dal confronto con gli anglo-sassoni. Leggete gli interventi raccolti in appendice (“La cronografia del doom” di Thomas “Hand” Chaste velata di disincanto), valgono più di mille organiche trattazioni.

Mi sento in dovere, in chiusura, di ringraziare Eduardo Vitolo. La Sua competenza, la Sua narrazione appassionata ci hanno donato il testo doom definitivo. Volgendo l’attenzione al futuro, scrutando l’orizzonte del domani del genere. Perché non è finita, affatto. Con il rispetto e la deferenza che si deve ai Grandi Antichi, a coloro che furono già prima di tutto. Born too late/born to loose.

Eduardo Vitolo è anche autore di Magister dixit – La leggenda esoterica di Jacula e Antonius Rex (sempre per Tsunami), recensita da Caesar; pubblicazione ancor più significativa, dopo la dipartita di Antonio Bartoccetti.

Eduardo Vitolo: Children of Doom
Tsunami Edizioni – Le Tempeste
Prima edizione: settembre 2018
Pagg. 416
Euro 22,00

http://www.tsunamiedizioni.com

 

 

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.