Esben & The Witch: Nowhere

0
Condividi:

Il trio inglese Esben And The Witch ha da poco pubblicato un nuovo, oscurissimo album, Nowhere. Se il corso della band aveva dimostrato una tendenza inarrestabile all’evoluzione con stimoli sempre diversi, il quinto disco non si sottrae al ‘flusso’ ormai avviato e segna la scelta di uno stile piuttosto lontano dalle sonorità ‘oniriche’ e visionarie di lavori come Wash The Sins Not Only The Face: qui le atmosfere sono diventate addirittura ‘drammatiche’ e i suoni, pieni di forza e di intensità, sembrano aver assorbito elementi rock e doom, con ampio uso di distorsioni, allineandosi ad una tradizione di cui Chelsea Wolfe è, al momento, una delle esponenti più prestigiose; del resto, la stessa vocalist e bassista Rachel Davies pare aver iniettato nel suo canto un ‘supplemento’ di slancio e pathos che lo rende davvero coinvolgente e appassionato. Gli aspetti più insoliti e sperimentali della musica degli Esben, bisogna ammeterlo, si sono un po’ persi, ma di certo non a discapito dell’efficacia, che risulta, in qualche modo, incrementata dall’energia vitale e dall’emozione che si sprigionano da queste note. L’opener “A Desire For Light” si fa strada ‘pesantemente’ con ritmi potenti e chitarra ‘veemente’: oltre sette minuti in uno scenario tenebroso e gotico in cui la voce di Davies emerge, come da abissali profondità, con pathos sconvolgente. Poi, “Dull Gret”, dopo un esordio più sommesso, confluisce in un amalgama complesso, carico di suoni violenti e dissonanze, con un sentore ‘gotico’ che caratterizza fortemente la figura femminile forse più tipica del folklore fiammingo; la bellissima “Golden Purifier”, fra note di chitarra assai malinconiche e spettrale controcanto, esplora lugubri visioni che la splendida parte vocale, in qualche passaggio vagamente lamentosa, traccia con toni struggenti. Ma “The Unspoiled” ci va giù duro fin da subito, con chitarra roboante e ritmica tribale che incalza sempre più, mentre “Seclusion” ci regala un momento di vera poesia, con l’abbinamento di un canto intenso e sofferto, in interazione con suggestivi cori, con un andamento cadenzato, quasi solenne: l’effetto è realmente magnetico. Infine “Darkness (I Too Am Here)”, con la chitarra in primo piano e un travolgente profluvio di suoni, conclude degnamente in pieno mood ‘gotico’ un disco forse non originalissimo ma assai valido.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.