“La casa di Jack” di Lars von Trier: un’idea di arte

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Ogni film di Lars von Trier, come ormai sappiamo, offre ampie opportunità di riflessione e dibattito: impossibile, dunque, lasciar trascorrere sotto silenzio l’uscita de La casa di Jack, ultimo controverso lavoro di uno dei cineasti più originali ed estremi dei nostri tempi. Uscito in due versioni, una completa e l’altra accorciata di circa quattro minuti – un’operazione di censura finalizzata a privare la pellicola di alcuni degli elementi più truculenti e impressionanti – La casa di Jack è stato presentato a Cannes fuori concorso, raccogliendo pareri contrastanti, come è tradizione per Lars von Trier. Del resto il regista ha riconosciuto di aver intrapreso, con questo film, una scelta rischiosa, in quanto si tratta – e l’affermazione è condivisibile – dell’opera più violenta e disturbante della sua carriera.
Jack è il protagonista di una storia – nessun personaggio femminile, stavolta, in posizione centrale… – che egli racconta direttamente, in parte in una sorta di monologo, in parte  confessandosi a un acuto interlocutore, Verge, di cui soltanto verso la fine conosceremo il volto. Fra i numerosi serial killer del cinema, quello interpretato qui da Matt Dillon è di certo uno dei più insoliti, oltre che uno dei più disumani: colto, amante dell’arte in un modo tutto suo – la formazione universitaria è senz’altro importante nella sua visione del mondo – lo incontriamo, nel primo episodio da lui narrato, alle prese con una petulante provocatrice – grande Uma Thurman! – cui egli manifesta un’inclinazione che dominerà l’intera sua vicenda personale. Ognuno dei cinque capitoli del film – una suddivisione che abbiamo già trovato in varie opere di von Trier – ripercorre quindi una delle esperienze da lui vissute nella veste di serial killer e ci illustra alcune particolarità della sua indole: conosciamo il desiderio di costruirsi una casa in base a un progetto da lui stesso ideato – costretto, contro la sua volontà, a studiare ingegneria, avrebbe invece voluto fare l’architetto – e vediamo occasionalmente affiorare ricordi infantili, alcuni dei quali giustamente significativi. Tuttavia, se non è evidente l’origine della sua passione per l’omicidio, questa appare comunque sempre collegata all’applicazione, anche nelle circostanze più ‘sanguinose’, di singolari canoni estetici e artistici. Jack sviluppa, infatti, la più perversa versione del bello che si possa immaginare, una bellezza che scaturisce dalla morte di creature umane ed è, in qualche modo, associata alla ‘trasformazione’ della materia di cui sono fatte, non esclusa la decomposizione del corpo. La sua personale visione estetica, spiegata soprattutto nelle numerose ‘digressioni’ – un altro ‘vezzo’ ormai noto di von Trier – che, ogni tanto, interrompono il filo del racconto per chiarirne aspetti specifici, comprende particolari che a chiunque potranno sembrare sconvolgenti ma, in questo caso, sono ovviamente la conseguenza di una grave psicopatia. Jack mostra di fronte al male un’indifferenza assoluta e ciascun omicidio, anche i più efferati, è da lui compiuto in uno stato di totale assenza di emozioni e, perciò, estremamente inquietante. L’atteggiamento del nostro killer è, piuttosto, caratterizzato da un’ironia morbosa quanto feroce, alla quale l’apparente serenità dell’interlocutore Verge fa da straordinario contrappunto.
Costui, infatti, che, fin dall’inizio, presta ascolto alle formidabili confessioni e, solo nell’ultima parte, uscirà allo scoperto con le fattezze del grandissimo Bruno Ganz nella sua ultima, magistrale interpretazione, contrasta – ma senza mai criticare apertamente – il cinismo e la freddezza insostenibili del protagonista, da un lato appropriandosi in forma più bonaria del suo sarcasmo, dall’altro evidenziando la malvagità del suo agire: egli, del resto, ha il compito di condurre il killer ancora in vita nel posto che gli spetta, ricalcando palesemente lo schema della catabasi di Dante con la guida di Virgilio. Verge rappresenta, per così dire, l’equilibrio e l’armonia della cultura classica e si contrappone, dunque, alle defomazioni psicopatiche del reale che fanno parte della natura di Jack.
Ma nonostante la superiorità culturale del protagonista e del suo accompagnatore e l’abbondanza di citazioni colte opportunamente collocate in vari punti della pellicola, La casa di Jack resta la vicenda di un turpe omicida e delle sue orribili azioni. Soltanto la geniale creatività di questo regista poteva fare di una sordida esibizione di violenza un caso da storia del cinema. L’impostazione fortemente grottesca dell’opera ha temperato gli aspetti più immorali quasi a farne una commedia, dissimulando gli effetti ripugnanti e la brutalità diventa, in un certo senso, parte di un gioco che la straordinaria bravura di Matt Dillon regge senza una sola sbavatura. La casa di Jack che, così si è letto, conterrebbe anche elementi autobiografici, come la maggioranza dei film di Lars von Trier è destinato a lasciare il segno.

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