Marie Davidson: Working Class Woman

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Non è soltanto il nuovo capitolo di un’esplorazione musicale che ci ha insegnato ad apprezzarla già da un po’ l’album di Marie Davidson Working Class Woman – uscito da diversi mesi ma che non poteva passare sotto silenzio – ma anche la rappresentazione estremamente personale di un’esperienza di vita che ha palesemente condizionato l’artista in particolare sul piano psicologico e umano. Infatti nei dieci brani rigorosi e minimali – ma sempre accattivanti e piacevoli, secondo lo stile che l’ha resa così riconoscibile – che compongono il disco, i testi rivestono un ruolo essenziale in quanto parte integrante di quella realtà che Davidson vive, conosce e vuole illustrare, anche e soprattutto nei suoi aspetti più spiacevoli e alienanti: il periodo vissuto a Berlino in giro nei club, ove è venuta in stretto contatto con i loro frequentatori. Così, le parole stranianti e ripetitive che, principalmente in certi passaggi, colpiscono non sempre positivamente, sono lo specchio di dialoghi, spesso al limite dell’assurdo, che hanno luogo in questi ambienti fra gli artisti e il pubblico. Lo si comprende fin dalla prima traccia “Your Biggest Fan” il cui fascino è costituito, non tanto dalla base elettronica che, lineare, quasi ‘geometrica’, ha respiro sufficiente da delineare l’atmosfera voluta, quanto dalle battute ripetute senza alcun altro criterio che riprodurre, come si accennava, i discorsi, spesso dai risvolti comici e improntati alla più totale superficialità che, evidentemente, si svolgono nei club e rappresentano un disagio per la musicista. Nella successiva “Work it”, uno degli episodi più interessanti, la tematica è, ovviamente, quella del lavoro e il contesto diviene ancor più futuribile, per non dire ‘robotico’, animato da combinazioni ritmiche ossessive; “The Psychologist”, poi, ‘sposa’ la causa techno per fornirne una versione quasi parodistica e, dunque, assai più umana; il lato ripetitivo e alienante della techno lo ritroviamo dopo, in “Lara” o, ancora più avanti, in “Workaholic Paranoid Bitch”. Ma nell’opera vi sono gradevoli momenti di musica synthpop, in linea con un’ispirazione ricorrente nella Davidson (“Day Dreaming”, “So Right”) oppure cupi vaneggiamenti elettronici abbinati ad un canto che trasuda angoscia (“The Tunnel”). A concludere l’album la bella e poetica “La Chambre Intérieure”, con una melodia sognante dai suoni ampi, immagine di un’intimità inafferrabile, che conferma la versatilità straordinaria e il genio di questa musicista canadese dalle molteplici possibilità.

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