Prehistoric Pigs: Dai

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Desert rock dai ghiaioni del Tagliamento (Friuli!). Cinque brani che concettualmente compongono una unica jam “circolare”, un groviglio sonoro che il power trio (Juri Tirelli chitarra, Jacopo Tirelli basso, Mattia Piani batteria, due fratelli ed un cugino) dipana con autorevolezza. In sette anni hanno prodotto quattro dischi (“Wormhole generator” nel 2012, “Everything is good” del 2015, mentre del 2014 è lo “split” con gli Electric Taurus patrocinato dalla meritoria Go Down Records di Max Recchia), e questo Dai capitalizza l’esperienza accumulata in passato facendo leva su uno spirito indagatore che non si limita alla solita reiterazione del Kyuss-sound. Su percussioni tribali perfettamente doppiate dal basso (essendo strumentali, la portata della sezione ritmica è fondamentale) s’installa una chitarra tendente alla fuga in avanti, il suono è potente e moderno (la dinamica “Pest”, la più breve e non a caso scelta quel primo singolo, emana pulsazioni proto hard/grunge scatenando la ritmica), non si crogiola in irriti costrutti vintage coinvolgendo l’ascoltatore nell’esplorazione di vastità siderali, come nell’ipnotica “No means no”; da manuale “Soft-shell crab” ove si scontrano detriti siderali provocando una pioggia di finissimo pulviscolo stoner/kraut. Il costrutto è per nulla tedioso, riservando il terzetto numerose sorprese che si palesano inoltrandoci nel denso composto sonoro del quale Dai è costituito. A tratti emergono scorie hard-rock a la The Cult, decostruite e dilatate (l’opener “Hasensjio” satura d’elettricità), altre, come nella lunga “Geppetto M24” essi ci trascinano in un vortice psychedelico dal quel risulta difficile emergere se non con un piacevole senso di stordimento. Una bella prova, valorizzata da una produzione adeguata al genere e sopra tutto accurata, come è uso dell’Angel’s Wings Studio.

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