Test Dept: Disturbance

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Inutile nascondersi dietro a un dito: quando un gruppo, soprattutto uno che abbiamo amato tantissimo, ritorna sulle scene dopo numerosi anni di silenzio, riutilizzando un nome che per noi ha avuto un significato particolare, non possiamo fare a meno di chiederci almeno due cose: per quale motivo lo faccia e, già prima dell’ascolto, se il nuovo lavoro sarà all’altezza di quello che ci aspettiamo; perciò non possiamo non approcciarci al nuovo lavoro con un certo timore. Personalmente mi è accaduto spesso, penso ad esempio al ritorno dei Throbbing Gristle nel 2007 o dei Dead Can Dance nel 2012. Senza ombra di dubbio, i Test Dept fanno parte della schiera di musicisti che hanno cambiato il mio approccio alla musica: sono il primo gruppo industrial che abbia mai ascoltato e non a caso, anni dopo, inserii il loro Pax Britannica tra i 5 CD che avrei portato sulla famigerata “isola deserta”: pur non essendo certo il primo disco del gruppo che avevo ascoltato, fu per me una vera e propria folgorazione. A tutto questo si aggiunga il fatto che l’ultima fase della loro produzione discografica si era allontanata decisamente dai loro lavori precedenti, avvicinandosi alla scena techno-trance dei rave party: ancora ricordo la mia reazione fredda quando ascoltai il loro EP “Bang on it!”, acquistato ad un loro concerto: due lunghi brani da dancefloor alternativo, con un solo breve tratto a ricordarci che si trattava di un grandioso gruppo industrial; certo, probabilmente uno dei migliori lavori in quell’ambito (almeno per le mie orecchie), ma decisamente non all’altezza della loro musica precedente. Perciò non posso far altro che inoltrarmi nella comprensione di questa nuova opera del collettivo britannico, giacché il solo ascolto, per i Test Dept, raramente è sufficiente.

Immaginare il perché di questo ritorno è cosa facile: per chi conosce quello che fu il profondo e sentito impegno politico dei Test Dept, in particolare nella loro lotta contro il “thatcherismo” a fianco dei minatori gallesi nella prima metà degli anni ‘80, è facile intuire che la direzione politica intrapresa in molti stati europei (in particolare in Gran Bretagna) ma anche al di là dell’Atlantico, verso una nient’affatto nuova forma di conservatorismo, non potesse restare indifferente a personaggi come Graham Cunnington e Paul Jamrozy, elementi centrali della formazione storica del gruppo, che hanno sentito la necessità di riesumare il nome di questo collettivo artistico scioltosi numerosi anni fa. E il recupero avviene utilizzando forme e strutture che in buona parte aggirano le produzioni dell’ultimo periodo di attività (quello che va dal 1993 allo scioglimento), rifacendosi a produzioni più arcaiche ed incisive, anche se l’attraversamento dell’ambiente techno ha probabilmente giovato sotto gli aspetti della produzione e lasciato qualche segno che però ritengo interessante e gradevolmente inserito all’interno del tessuto sonoro precedente. L’incipit, “Speak truth to power” ci accoglie immediatamente in un ambito decisamente in Test Dept, con la splendida infrastruttura percussionistica e le sonorità intense e ariose che si sviluppano durante l’ascolto su cui si sovrappongono i classici proclami nello stile del gruppo. “Landlord” risente un po’ della militanza in ambito trance, ma con un risultato decisamente interessante, nella sovrapposizione al suono più classico del gruppo. “Debris” è quasi un interludio dalle sonorità lente e delicate ma non meno sghembe, seguito da “Full Spectrum Dominance” brano dall’incedere quasi electro ma apparentemente suonato in una fabbrica. “Information Scare” prosegue su un solco simile ma leggermente più arrabbiato e irregolare nel suo incedere. “Gatekeeper” potrebbe sembrare un estratto da Gododdin, anche se con percussioni più metalliche. “GBH84” riporta agli anni ’80, citando la famigerata “Battaglia di Orgreave” ed è caratterizzata dalle sonorità tipiche dei Test Dept dell’epoca. Chiude splendidamente il lavoro “Two flames burn”, il brano più lungo del lavoro con i suoi quasi otto minuti, che inizia come un gamelan indonesiano su cui successivamente vanno a intarsiarsi le percussioni, l’elettronica, i testi recitati, i campionamenti, e tutto ciò che il gruppo britannico è in grado di inserire: l’effetto finale è piacevolmente straniante e vicino a certa trance, ma con una classe e una capacità compositiva incredibile. Riguardo ai testi, giustamente riportati all’interno del disco, mi limito a dire che sono caratterizzati dalla loro consueta miscela di invettiva politica e di una forma di protesta poeticamente ispirata, e che si ispirano naturalmente alle tematiche solitamente trattate dai Test Dept.

Un paio di parole anche relativamente all’aspetto grafico: splendida la grafica, le fotografie della copertina e quelle contenute nell’inserto, almeno per chi ama l’immaginario grafico tipicamente industrial, al punto da rendere assolutamente consigliabile (ameno per me) l’acquisto della versione in vinile.

Non mi resta che concludere parafrasando una frase di un altro musicista (Robert Fripp) che, pur facendo parte di tutt’altro ambiente, mi sembra calzante: all’epoca si parlava del ritorno sulle scene dei “suoi” King Crimson e lui si espresse così: “In un mondo tanto diverso […] c’è da fare del lavoro utile che richiede uno strumento potente.” Perciò i Test Dept “sono tornati in servizio attivo”. E allora bentornati, Test Dept!

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2 comments

  1. enri68 16 Maggio, 2019 at 10:19

    Miè arrivato proprio ieri, ho fatto un ascolto solo, mi sembra un ottimo lavoro. Si, va le la pena per la grafica averlo in vinile, come ho fatto e tu hai suggerito.

  2. Christian Dex 16 Maggio, 2019 at 10:32

    Anche io preso in vinile: disco stupendo. Sicuramente avrà un posto nella mia Playlist di fine anno.

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