Front Line Assembly: Wake Up The Coma

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Dopo la perdita prematura di Jeremy Inkel e la conseguente fase interlocutoria, ecco, per il sollievo dei fan, un nuovo album dei Front Line Assembly dove, comunque, vi è, ancora, il contributo di lui. Wake Up The Coma, nel complesso, è un bel disco, anche se alcuni lo avranno ritenuto inconsueto per la band: dodici tracce variegate che rispecchiano influenze e gusti in evoluzione – suoni ‘cibernetici’ e ‘industriali’ ma, spesso, meno duri – oltre che reminiscenze di un passato quasi remoto se, nella tracklist, troviamo anche la cover del celebre brano di Falco, “Rock Me Amadeus”, omaggio a un austriaco famoso da parte del conterraneo Bill Leeb ma sinceramente non fra le cose più riuscite del gruppo. In generale, però, il panorama non ci disorienta più di tanto: nella bella “Eye On You”, una delle più ‘legate’ all’EBM, si riconosce l’intervento di Robert Görl dei DAF per un’impronta di stile che in effetti gli appartiene: tipica dei nostri l’oscurità dello scenario e le sinistre tonalità del canto di Leeb. Subito dopo, “Arbeit” persevera con la stessa formula – e i DAF sono ancora una volta nell’aria – offrendoci truci visioni metropolitane che, in ogni caso, ben si adattano anche a fumosi contesti danzerecci, mentre la seguente, criticatissima cover di Falco, cui si è accennato, appare almeno fuori posto. “Tilt” riporta subito la situazione al giusto livello, optando per un’atmosfera cupa, opprimente e carica di tensione, scandita da una ritmica plumbea e solenne e “Hatevol”, altro episodio notevole, torna alle modalità intensamente aggressive cui la band ci ha abituato. Ma è da menzionare anche la successiva “Proximity” con i suoi suoni meno violenti ma piuttosto tetri e inquietanti, così come, poco dopo, la title track mostra un lato più sobrio, quasi melodico cui il canto di Nick Holmes dei Paradise Lost si adatta perfettamente, ma non sembra tanto un pezzo dei FLA. Delle restanti, valga citare “Structures”, uno dei brani cui aveva collaborato Inkel, insolita, ‘industriale’ e un po’ ‘cattiva’ e la conclusiva “Spitting Wind”, che ospita, alla voce, lo scozzese Chris Connelly (Revolting Cocks, Ministry…) e termina con un sorprendente amalgama di stili – nessuno dei quali abituale per il gruppo – un album che forse turberà i fan storici ma che si dimostra vario, interessante e originale.

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