Louise Lemon: A broken heart is an open heart

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Il talentino svedese ha aperto per i Solstafir e si è esibita al Roadburn. Credenziali ineccepibili. Torna tra noi con questo bellissimo titolo, A broken heart is an open heart, seguito del debut “Purge”. “Sunlight” è il raggio di sole che buca la volta di rami intrecciati, illuminando un fazzoletto di radura ove prosperano fiori dalle corolle vivaci. In mezzo al nulla. “Susceptible soul” è blues addolorato suonato tra i ghiacci, nell’attesa della primavera, della rinascita. Del corpo e dell’anima. “Montana” e “Not enough” (con “Cross” costituiscono il trittico di singoli di presentazione di A broken heart is an open heart) sono solo apparentemente distanti: la prima è una traccia umbratile, una supplica, gospel che ricaccia l’ubbia in un angolo, la seconda è così delicatamente pop che non puoi non lasciarti accompagnare dalle sue note, mentre scivoli nel maelstrom del ricordo. Entrambe guidate dalla mano ferma dell’interprete, elegante e matura. Luce e buio che si alternano. Anche nei frangenti apparentemente più “ordinari”, Louise Lemon evita ogni trabocchetto con agilità: ha acquisito la necessaria esperienza, nulla ormai teme, nemmeno il confronto più impegnativo. Così “Swimming in sadness” si limita all’esercizio di calligrafia, svolto però con una classe che poche possono vantare, merito anche del consolidato sodalizio con Randall Dunn che produce e mixa, e che certo non ha lesinato consigli. Ecco perché “Cross” vi piacerà, nel suo esercizio di sottrazione pop, semplicità ad arte. E di nuovo l’oscurità con l’irrequietezza di “Honest heart” cantata nell’ombra d’un cantuccio, osservando i gesti annoiati dei clienti assisi al bancone. Il tempo che par non voler scorrere, chissà perché. Ma A broken heart is an open heart riserva ad ogni stazione una sorpresa: “Almond milk” pare presa pari pari dal songbook dei Belladonna, e questo non è casuale. Entrambi rileggono pagine dei settanta con una competenza peculiare; la Lemon cita esplicitamente “Rumors” dei Fleetwood Mac, punto di incrocio tra la svedese ed i Nostri. La title-track chiude il disco, ed è un canto liberatorio, d’una potenza ecumenica, a nulla serve urlare quando si possiede cotanta forza. Candidatura autorevolissima a disco dell’anno.

 

Per informazioni: http://www.facebook.com/louiselemonmusic
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