Marissa Nadler & Stephen Brodsky: Droneflower

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I gotici arpeggi di “Space ghost I”, ripresi e rinvigoriti nella seconda parte posta qualche capitolo più in la della scaletta, rilasciano annotazioni parziali che lascerebbero presagire contenuti ben più cupi. Droneflower è frutto della perfetta interazione fra la fascinosa cantante di Washington e l’artefice del suono di Cave In e Mutoid Man, all’apparenza quanto di più distante l’una dall’altro, ma a volte, se non spesso, è proprio l’incontro/scontro tra personalità così nette a produrre effetti positivi, se non addirittura sorprendenti, indi meglio professare astinenza da pregiudizi ed immergersi nella lettura. Particelle rilasciate nell’aere che coagulano in un unico, a tratti scurissimo ed impenetrabile elemento, una goccia d’ambra opaca che non vuole disvelare cosa custodisce, uno sguardo sfuggente che ci blandisce. Senza cedere alla tentazione di definirlo “a pelle” un Capolavoro (a quanti sono stati attribuiti tali galloni, poi rivelatisi immeritati, ché non v’è giudice più imparziale e severo del Tempo), Droneflower si colloca senza ombra di dubbio alcuna nel novero dei dischi “importanti” e sicuramente stimolanti. La voce della Nadler non perde un grammo del suo seducente andante, avvolgendosi come un cache-col di seta finissima che dona riparo dalle intemperie nel vezzo dell’indossarlo, ma che può rivelarsi arma mortale, stringendosi troppo fino a soffocare. Brodsky si inserisce, guida o segue a seconda di quanto il canovaccio richiese. Il primo singolo “For the sun” è prece levata a favore di un astro che non vuole sorgere, presagio di dramma, di sciagura che incombe, la saturnina “Dead west” offre il punto di vista di colui al quale non è rimasto altro se non osservare impassibile quanto accade tutt’attorno, eppoi “Estranged” tratta dal repertorio dei Guns n’ Roses addirittura, non lasciatevi fuorviare da chi ne firma la paternità, la Nadler e Brodsky realizzano con questa ballata nell’originale assai virile una finissima rilettura, incavo di cantautorato noir commovente. Il respiro rarefatto di “Shades apart” si ricongiunge con il repertorio della cantante, dream-pop etereo poggiante su un’acustica asciugata sulle rive del Mississippi, “Buried in love” è balsamo per anime tormentate, un paio di minuti e poco più di candore adolescenziale, ma la Nadler è magnifica folk-singer come la sospensione onirica di “Morbid mist” ricorda, e nel finale un’altra cover, “In spite of me” dei Morphine, finale perfetto per Droneflower, riassunto di quanto meglio esposto in precedenza, la praterie d’America osservate cogli occhi di chi ci è nato, vento che accarezza il volto paffuto e lentigginoso d’una bimba. Azzerate ogni antico o recente ricordo, questo non è il seguito di “For my crimes” e nemmeno una distrazione da libera uscita da Cave In e Mutoid Man, bensì opera dalla identità ben precisa, seppur spesso i contorni appaiano (consapevolmente?) sfocati. In questi anni la Nadler e Brodsky si sono cercati, avvicinati, quasi che i due fili dovessero prima o poi avvolgersi l’uno all’altro. Così in principio sentenziò il Fato, evidentemente, ed è un’altra chiave di lettura da non trascurare in sede di analisi. Troverete qua e là distribuiti indizi interessanti (la chitarra di “Watch the time” come l’ossatura gothico/sisteriana in rilievo sul corpo smagrito di “Space ghost II”), che l’inedita coppia raccoglie come margherite sul prato festonato dai colori della Primavera, spargendo poi tutt’attorno i petali strappati con cura indolente dalle corolle inturgidite. Il vento incalza, la procella s’appressa, meglio cercar riparo, serrare ogni finestra e lucernaio ed abbandonarsi all’ascolto. Droneflower è qui con noi.

Per informazioni: http://www.goodfellas.it
Web: https://marissanadler.bandcamp.com/album/droneflower
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