Covenant: Fieldworks Exkursion

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È una piacevolissima sorpresa il nuovo EP dei Covenant Fieldworks Exkursion e attesta che la classe di una band molto spesso emerge anche dalle novità che sa introdurre. Dopo gli ultimi due album The Blinding Dark e Leaving Babylon, che ci avevano mostrato un gruppo stabile nelle scelte, i sei brani di questo lavoro ci propongono sonorità davvero inattese, con incursioni nell’ambient che in The Blinding Dark erano presenti soltanto in passaggi sporadici. L’uso frequente del field recording si alterna o è abbinato qui all’abituale formula elettronica con grande libertà e fantasia; si è letto, fra l’altro che ogni traccia sarebbe stata creata da un componente/collaboratore della band e rispecchierebbe dunque la sua personalità e il suo stile: il disco risulta comunque coerente e ben strutturato. Il primo pezzo, “Pantheon”, fa capo a Joakim Montelius e alle sue esperienze in un viaggio a Roma: è stato lì, infatti, per la precisione all’interno del Pantheon, che Montelius avrebbe effettuato le registrazioni che includono anche voci in italiano, mentre i suoni elettronici e, in particolare, quello così triste dell’organo, riflettono le sensazioni da lui provate trovandosi nella città eterna. La successiva “All That Is Solid Melts Into Air” ha come titolo una citazione da Karl Marx, da cui trae ispirazione, e si collega all’opera di Shelley The Mask Of Anarchy: il testo di Montelius e l’opprimente atmosfera del brano ne fanno comprendere l’impegno e la ricchezza culturale. Subito dopo, “False Gods” ‘registra’ la collaborazione fra Daniel Myers e il progetto francese Grabyourface di Marie Lando, di cui si percepisce l’influenza nella spietata impronta industrial e in “Popol Vuh”, ispirata all’omonimo libro sacro dei Maya, Daniel Jonasson abbina sonorità minimali dal sapore tribale alla recitazione di un testo tratto proprio da quel libro, con risultati non privi di suggestione. Nessuna meraviglia, a questo punto, che l’EP finisca con il tradizionale “Das Nibelungenlied (Erstes Abenteuer)” a cura di Andreas Catjar che, come si è saputo, ha curato l’allestimento musicale di un’opera sui Nibelunghi presso lo Staatstheater Mainz: quasi sette minuti di suoni solenni e cupissimi accompagnano il recitato di Eskil Simonsson suscitando emozioni alterne e concludono degnamente un disco che non si può non apprezzare e che, forse, annuncia per i Covenant un cambiamento importante.

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