Rammstein: Rammstein

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Il nuovo lavoro dei Rammstein è infine uscito, malgrado il pessimisimo di coloro che avevano perso ogni speranza. Nei dieci anni che separano questo Rammstein dal precedente Liebe Ist Für Alle Da i nostri non sono comunque rimasti con le mani in mano: hanno pubblicato e ripubblicato i brani già noti, hanno suonato dal vivo e coltivato progetti collaterali, ma nulla di tutto questo poteva compensare l’attesa per un disco di inediti di una band divenuta ormai leggendaria. Senza usare troppi giri di parole, posso dire che l’album che i Rammstein ci offrono oggi non è affatto deludente, pur non potendo essere incluso tra i capolavori del gruppo come Sehnsucht o Mutter. Tuttavia sfido chiunque non sia un ‘nemico’ del genere a non lasciarsi trasportare dall’energia, dalla potenza e dal piglio provocatorio di questi ‘mostri’ del rock, finalmente tornati in forma invidiabile. Delle undici tracce che compongono Rammstein, più della metà sono, a mio avviso, veramente ottime, altre appaiono più anonime ma sempre godibili e solo un paio risultano superflue. A tutti coloro che vorranno rimproverare a Lindemann & Co.di non essersi rinnovati e di non aver modificato la loro formula non possiamo che dare ragione ma, d’altra parte, perchè cambiare qualcosa che funziona ancora bene? I Rammstein ci sono sempre piaciuti così: pomposi ma anche ironici e giocherelloni, rumorosi e spettacolari, sferzanti ma, talvolta, romantici, e la loro ricetta rimane efficace ed inimitabile. I primi quattro pezzi del disco, ascoltati di seguito, sono un’apertura davvero formidabile. L’opener “Deutschland”, uscita come singolo, ha fatto ampiamente parlare di sè a causa dello strepitoso video che vi è abbinato e che può essere annoverato fra i più riusciti dei nostri che, per altro, per i video sono già famosi: vi viene rappresentata, con il solito stile enfatico ma, in certi momenti, anche pittorico, una sorta di sintesi della storia tedesca vista dai Rammstein; il brano in sè ha sicuramente un suono fantastico e un testo dai profili palesemente ironici ma ricco di contenuti polemici e vi si ritrova tutta la straordinaria verve di Lindemann. Anche della seconda traccia, “Radio”, vale assolutamente la pena gustarsi il video, se non altro per il travestimento e l’interpretazione totalmente teatrale di Lindemann che merita l’applauso a scena aperta: il pezzo è più melodico e orecchiabile del precedente ma non appare, per questo, meno valido. Con la successiva “Zeig Dich” l’‘elettricità’ persiste, per quanto indotta da un’intro corale di taglio ‘chiesastico’ che riesce a sorprendere: la sensazione è di qualcosa di già noto, poichè rispecchia in pieno le caratteristiche della musica dei nostri, come la potenza delle chitarre o la ‘furia’ della batteria, ma l’efficacia è garantita; per “Ausländer”, poi, non si può che rimandare, ancora una volta, al video ben poco politically correct, uscito da non molto, mentre del brano entusiasmano lo spirito giocoso, la melodia gradevole e gli esperimenti linguistici del frontman. La prima traccia che, in effetti, lascia un po’ insoddisfatti è la seguente “Sex”, che non mantiene le eccitanti ‘promesse’ del titolo e, per quanto non brutta e nonostante le pregevoli tastiere e le risatine di Lindemann, rientra decisamente nel già sentito. L’intermezzo ci consente di apprezzare “Puppe”, forse il vero gioiello dell’album, che, dopo un pacato esordio con ‘chitarrina’, giunge gradualmente a una fragorosa, appassionata esplosione di cui è impossibile menzionare tutti i sontuosi dettagli, ma dove Lindemann, comunque, pone il suo sigillo, realizzando, nella sua prestazione incredibile, un equilibrio straordinario fra sarcasmo e tragedia. Inevitabile che, subito dopo, “Was ich Liebe” sappia sinceramente di poco, come è il caso, più avanti, di “Weit Weg” e “Tattoo” mentre “Diamant” ci regala due minuti circa di romanticismo pseudointimista in salsa Rammstein, con ‘vocione’ su suoni acustici ed elettronica avvolgente, giusto per farceli amare un po’ di più. La chiusura è affidata a “Hallomann”, brano di rilievo che, di nuovo, rallenta e racconta, con ritmica moderata ma note di chitarra ben sostanziose, un’altra storia dai colori dolorosi e, insieme, ironici, con quella formula così rodata che non stufa mai e ci fa, anzi, volerne sempre ancora.

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