Roadburn Festival 2019

0
Condividi:

Roadburn è… più che un festival musicale, un luogo della mente, un posto “altro”: non mi sembra un caso che i musicisti sul palco dicano sempre “Hello Roadburn” e non “Hello Tilburg”… un rito annuale cui, una volta che lo hai provato, non riesci più a sottrarti, pena sofferenze indicibili. Roadburn è… come ha scritto qualcuno, è qualcosa che ti crei tu, personalizzi: in base ai tuoi gusti, in base alle tue scelte e a come vuoi vivertelo, in base al destino pazzo che sovrappone la band ultra-promettente al big storico che proprio non vuoi perderti… se fossi un giornalista vero, credo che impazzirei per l’impossibilità (è matematica!) di vedere tutto quello che conta.

Forse si sta meno a dire cosa Roadburn NON è: sicuramente non è (più) un festival metal. Le sonorità pesanti sono chiaramente di casa, ma su circa cento gruppi che quest’anno si sono esibiti, forse dieci si potrebbero definire “heavy metal” propriamente detto. Non menzioniamo poi la parola “stoner”: chi si fosse accostato alla proposta 2019 con tale vocabolo in testa, avrà finito davvero per pensare che questo genere sia morto e sepolto, Sleep e pochissimo altro (e anche qui il termine mi sembra quantomeno riduttivo…). Se poi contate che i soliti “padroni di casa” Neurosis, EyeHateGod, Yob, Converge (presenti con il solo Jacob Bannon, in veste di pittore, però) e Amenra quest’anno non ci sono per niente, capite che lo spazio per la sperimentazione abbonda.

E così, eccomi qui per l’ottava volta consecutiva: però è la prima in cui mi chiedono di fare un report. Non sarà facile con la mia memoria “a macchia di leopardo” (ed a fine festival avrò visto una quarantina di gruppi!), ma proviamoci.

Great Grief – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Arrivo sul posto già il mercoledì sera e quest’anno il consueto concertino gratuito pre-festival si chiama “Ignition” e si tiene non in un piccolo baretto, ma nello spazio ormai storico della “Green Room”. TEMPLE FANG iniziano con sonorità hard-psych da non disprezzare, molto classiche: non mi dicono granché. Stanchi del viaggio, gli amici già incontrati se ne vanno, ma la musica non è finita. Io resto un po’ e mi dice bene perché gli islandesi GREAT GRIEF sono la prima bomba: post-hardcore con i CONVERGE in testa, nelle movenze e nei suoni, nella vocalità esasperata del cantante che subito se ne esce con una frase, “we came here to promote diversity… and chaos”, che mi fa drizzare le orecchie. Di lì a poco, farà coming out dichiarandosi bisessuale e parlando della propria malattia mentale, già sfociata in un tentativo di suicidio: non che mi piaccia molto l’associazione di idee tra le due cose, a dire la verità, ma almeno non mi ammorbano con dragoni, spade infuocate e marijuana. Nel corso della rassegna, faranno altre due apparizioni che purtroppo mi perderò, ma ora lasciano il posto agli scozzesi HELLRIPPER, speed/thrash metal del più classico e con titoli come “Vomit on the Cross” e “All hail the goat” si capisce subito dove vogliono andare a parare e io resto fino alla fine.

Giovedì 11 aprile e le “danze” iniziano ufficialmente: dopo uno sguardo fugace ai psichedelici pescaresi SHERPA, vengo travolto da una colata di catrame ad opera dei BISMUTH. Il suono sporchissimo di questi due è già ben conosciuto da queste parti e richiestissimo. Entro nella “Hall of Fame” al pelo (il nome è altisonante, lo spazio che ha raccolto la “infame” eredità dei bar Cul-De-Sac e Extase quanto a capienza limitata e malessere magari un po’ meno, anche se si presta ai suoni cupissimi che quasi sempre ospita durante il festival). Come d’uso, dentro non si vede niente, però la succitata cupezza del posto si addice al duo inglese, impegnato a riproporre dal vivo il proprio
doom-drone impenetrabile e dai riferimenti inaspettatamente colti (voglio dire, una band che dedica un album intero alla “lenta morte della grande barriera corallina”…). Il suono è più d’impatto, chiaramente si perdono le finezze del bellissimo album, però assisto al primo concerto memorabile del festival… talmente atteso che metà gente resta fuori: per soddisfare la richiesta, il duo regalerà un secondo concerto a sorpresa sul palco del Ladybird Skatepark, altro spazio che quest’anno si è imposto all’attenzione, con alcuni dei gruppi più interessanti del festival, lì impegnati in apparizioni “particolari” e fuori dal loro classico standard.

Vile Creature – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Vengo trascinato a vedere VILE CREATURE e non posso che ringraziare i due amici che lo fanno. Anche loro sono un duo, canadese stavolta, e come suono siamo lì, magari un po’ più consciamente sludge, ma per me sono la prima grande rivelazione: definiscono “occult queer doom” la propria proposta e insomma… io sono a casa, un muro di suono pesantissimo che sposa un’attitudine fortemente anti-omofoba ed anti-autoritaria, che anche dal palco si esprime con una forte presa di posizione in tal senso… devo ammettere che quest’ultimo dettaglio me lo hanno raccontato, però, perché decido di sacrificare gli ultimi minuti del loro set per spostarmi a vedere TREHA SEKTORI. La Green Room è immersa nell’oscurità per la prima parte dell’esibizione di questi francesi (che io conosco solo per lo split 10″ con AMENRA) e decisamente ci sta per un progetto di “dark ambient” che però negli ultimi minuti si concede ad una fioca luce metallica scandita da un crescendo percussivo ad opera di uomini in accappatoio. Non sarà il concerto più commentato del festival, però ha decisamente il suo perché. Poi sono in una sala vicina a Het Patronaat, dove tra poco si esibiranno RAKTA. E’ uno dei concerti che non mi voglio perdere: ho praticamente fatto il viaggio da Milano a Tilburg ascoltando Falha Comum a ripetizione, l’album appena uscito… spiazzano subito con il loro look da sciurette ed il suono – tappeto ritmico e percussivo a far da base a tastiere inquietanti che evocano il dramma – che nelle uscite recenti si è fatto un po’ più “lucido” rispetto agli inizi, più cupi e forse segnati da una certa inesperienza tecnica, ma anche da una maggiore immediatezza. Qui tutti mi parlano di “tribalismo”, ma non vorrei che fosse una definizione sprecata e superficiale, usata per tutti i gruppi brasiliani presenti quest’anno… bè, tanta era l’attesa ma vedo che annoiano un po’ tutti dopo un po’… e per me questo vuol dire correre a recuperare gli ultimi scampoli dell’esibizione di FOTOCRIME, creatura di Ryan Patterson (ex Coliseum e Metroschifter, giusto per dirne due) che ripropone il classico suono new wave dei primi anni ’80 con suoni e voce stentorea alla Sisters of Mercy/The Mission. Didascalico, forse, ma mi piace proprio tanto. Incontro un po’ di amici e mi faccio trascinare ad intravedere un paio di cose che a loro interessano. Sul Main Stage gli HEXVESSEL, gruppo finlandese praticamente nato qui, celebrano la propria consacrazione ma non fugano i dubbi che già mi avevano fatto venire nelle esibizioni degli anni precedenti. Su disco li trovo evocativi, perfetti nel loro equilibrio tra suggestioni psychedeliche e folk; il recente album All Tree brilla di queste suggestioni che sanno citare Europa e West Coast al contempo. Non mi capacito perché dal vivo – complice forse anche questo look da contadinelli trallalero – le parole che mi vengono in mente sono sempre le stesse: concerto del primo maggio. Resistiamo tre pezzi, poi all’unanimità decidiamo di spostarci verso EMMA RUTH RUNDLE, previa una buttata di occhio sui PETBRICK dove però resistiamo due minuti (forse Igor Cavalera meritava un po’ di riguardo in più, ma il gruppo, ennesima menata noisemetalelettronica, lì per lì non mi pare proprio granché). Emma suona nella Koepelhal e la sala è stracolma: il suo cantautorato elettrico conquista tutti e io penso che forse non capisco.

Deafkids – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Abbandono i miei amici, perché dei DEAFKIDS non voglio perdermi neanche una nota, quindi mi presento al Patronaat con un largo anticipo e non faccio la fila, però il posto è già stracolmo. Mi piace pensare che anche per molti altri questo sia uno dei momenti più attesi di Roadburn, testimoniare la definitiva maturazione di una band che ho seguito e amato fin dagli esordi grezzamente hardcore alle sonorità d’oggi, ritmate e tribal-elettroniche, a qualificarli quasi come “Sepultura del nuovo millennio”. Questa è l’impressione che ricavo dal recente Metaprogramaçao. Dal vivo, però, loro non si dimenticano da dove vengono e il concerto mescola le nuove tendenze ad un suono pesante che non abbandona l’hardcore e vive di guizzi ultraveloci alternati alle cose più nuove ed elaborate. Grandiosi, sì sì…… e dopo il loro concerto mi ritrovo un po’ smarrito… gli amici ritrovati hanno fame e la pizza (in Olanda??????) la vince sui cornutissimi ed attesi HEILUNG (devo ammettere che me li perdo di proposito, perché dopo i Wardruna di un paio di anni fa, ho detto basta ai suonatori di betulle) e sui teatrali AmyWinehouse-goes-metal TWIN TEMPLE (perderli mi è un po’ dispiaciuto, devo ammetterlo). Rientro in sala giusto per i MONO che, accoppiati con THE JO QUAIL QUARTET danno una prima dimostrazione del connubio “band + orchestra” che l’indomani dominerà la giornata (con esiti interlocutori) e sono anche il primo gruppo della rassegna “The Burning Darkness”, curata da TOMAS LINDBERG degli At The Gates, che pure domani avrà il suo culmine. Ormai la doppia personalità della band giapponese mi è familiare: a volte suonano morbido, come stasera, a volte si riscoprono elettrici (e sarà così nel concerto di domani). A me piacciono in entrambi i modi e l’innesto di sonorità orchestrali ci sta, lo trovo elegante e non sforzato. Ma per oggi, buonanotte.

Trypticon – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Venerdì 12 ed ormai siamo nel cuore del festival! Arrivo presto e mi trovo davanti ad una marea umana di gente che si illude di vedere i GOLD. La band olandese suona alle 14.00 ma una buona mezz’ora prima la fila è già lunga fino all’inizio della via. In questo caso, mi va bene che non fossero tra i gruppi di mio interesse, tiro dritto e vado a vedere i THROANE, band di cui non so assolutamente niente. Se li hanno piazzati alla Koepelhal vorrà dire che hanno un certo seguito ed infatti per entrare lì faccio anche io un po’ di fila… col senno di poi, penso che sia immotivata, dopo aver visto un classico gruppo “da Roadburn”: suono pesante, sludge, bravi loro, ma quando esco già non mi ricordo più niente. In realtà, sono già con la testa al super-evento atteso di lì a poco: sul palco grande i TRYPTICON si uniscono alla METROPOL ORKEST, vera e celebre orchestra olandese, per eseguire “Requiem”, esibizione commissionata dal festival che si propone di unire brani heavy (due dei CELTIC FROST, nello specifico) ad una partitura “classica” composta per l’occasione. L’allestimento è imponente, tanto da imporre l’esibizione pomeridiana per motivi logistici e la sala trabocca. Pare che, per la prima volta da quando frequento Roadburn – ci siano problemi d’accesso al Main Stage: devo dire che non me ne accorgo, perché sono sotto il palco in tempo utile ed ho anche una buona posizione per osservare questa esibizione che alla fine in tanti giudicheranno “sborona” ed in effetti un bel po’ di pretenziosità non manca. Però da frivolone qual sono, io non disdegno: mi piace l’idea di assistere a qualcosa di unico (è prevista solo questa esibizione, per quanto la presenza di telecamere super-professionali mi faccia capire subito che c’è aria di DVD o Bluray che dir si voglia) ed anche il contrasto tra il look gotico dei musicisti e quello formale dell’orchestra, con il direttore giaccacravatta e bacchetta. Alla fine tutti fuori a criticare, ma intanto io me lo sono visto fino alla fine (il che è un segnale – salvo eccezioni rarissime – che comunque in qualche modo mi ha preso bene). Però, batterista: vonde con quei piatti!!!!!!!

Soft Kill – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Con SOFT KILL ripiombiamo negli anni ’80: io ci sento The Cure, altri pensano ai Magazine… insomma ci siamo capiti. Sono statunitensi però e non so… forse gli manca un po’ di umidità inglese e tristezza. Magari potrei cambiare idea ascoltandoli su disco (e hanno pubblicato tipo cinque album: io sono la solita capra incolta, ma loro non certo dei novellini) ma vabbè, mollo tutto perché ANNA VON HAUSSWOLFF sta per iniziare: di lei so poco, ma è un’artista che ho ascoltato preventivamente, quindi non vado a caso. E il concerto è impegnativo, eh (qualcuno mi ha detto “brava sì, ma non ce l’ho fatta fino alla fine”) ed in effetti è estenuante ma ecco un altro concerto dove ho resistito. Il suono è quello di Dead Magic – l’ascolto di un brano come “The Mysterious Vanishing of Elektra” vi può dare le coordinate – con lei nascosta quasi sempre dietro le tastiere (e no, non dite Nico perché ci ho già pensato io: magari iconograficamente può far pensare, magari l’intensità, ma la voce è tutt’altro), domina una band che va ben oltre un commento malinconico di supporto alla voce, ma si combina con questa sfociando alla fine in un turbine di elettricità. E’ la voce che mi conquista, declamante come Patti Smith, drammatica come una Diamanda Galas che incontri Kate Bush, una carezza tagliente, per me IL concerto dell’intero festival. Piccolo stacco dagli YOUNG WIDOWS, anche qui bravi ma basta, e sorpresa per me con i GOSTA BERLINGS SAGA: progressive nel cuore e nella mente, propongono una scaletta di brani che mi viene da definire “cinematografica”, nel senso che ci sento molto un suono da colonne sonore, ma anche (o soprattutto?) da sceneggiati italiani anni’70… non c’è quell’andazzo trallalero che mi sembra prerogativa di gruppi come Calibro 35, ma piuttosto una ricerca della drammaticità, della tensione mista ad una inquietudine malinconica. Grandissimi.

At The Gates – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

AT THE GATES mi monopolizzano per i seguenti 90 minuti e che dire? Ci tenevo proprio a vederli e me li godo tutti: del resto, suonano quello che mi aspettavo, ma non mancano le sorprese, concretizzatesi in una serie di ospitate di lusso a partire da un’inaspettata “Koyaanisqatsi” con la ricomparsa di Anna Von Hausswolff, grandissima (un po’ meno bene archi, violini e violoncelli che a questo punto della giornata cominciano ad avere un po’ rotto il cazzo), poi Rob Miller degli Amebix e Matt Pike a coverizzare “The Tempter“ dei Trouble. Passo volentieri sopra il fatto che non mi sembrano del tutto in forma, specialmente Tompa con una voce sgracchiantissima. Lo promuovo a pieni voti per la sua curatela; ha selezionato cose valide e inaspettate… io partivo prevenuto sulle sue scelte, ma invece mi sono davvero ricreduto). La sua band magari fa una figura un po’ più triste di altri… ma mai quanto i CRAFT, che mi fermo ad ascoltare sulla strada di casa. Su disco non mi dispiacciono. Ma qui li trovo soltanto approssimativi tecnicamente. Probabilmente è anche brutto da dire, ma il fatto che siano mascherati in maniera sinistra (e non dico altro) mi mette a disagio, anzi mi fa schifo proprio. Me ne vado, pensando che i MESSA forse avrebbero meritato che io facessi la fila per loro, ma tant’è…

Gore – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Sabato 13 per me è il giorno dei GORE e mi organizzo in modo da essere sotto il palco in perfetto orario. Per pura ignoranza mi perdo gli HAVE A NICE LIFE (ascoltati a festival ormai finito, ho avuto l’impressione che mi sarebbero piaciuti, un suono chitarristico dai tocchi melodici e un po’ shoegaze, però sempre elettrico… roba che a me piace), mentre passando a caso per il Main Stage intravedo ed ascolto tre pezzi dei WOLVENNEST. Non mi dicono granché, però il terzo pezzo che ascolto vive di un equilibrio tra le due chitarre, la prima molto black l’altra molto twangy e
“country” (se riuscite ad immaginarlo) che forniscono una bella base per il cantante, che si presenta con un aspetto inquietante da predicatore della paura, un po’ alla Robert Mitchum di “Night of the Hunter/La morte corre sul fiume”. Ma io voglio i GORE, li voglio li voglio… e come già successo tre anni fa per i G.I.S.M. alla fine penso che sia un non-evento. I tre arrivano sul palco, una tempesta di riff si abbatte su di noi, però ecco danno l’impressione di essere lì tanto per. Qualcuno mi dice “sembrano tre tipi uniti da non è chiaro cosa, ma certo non dallo spirito di gruppo”. Penso che ci siano rimasti male anche loro, perché ad un certo punto mi giro e….. la Koepelhal è mezza vuota!!!! Forse era un evento solo per me?

Finalmente riesco a vedere i SUMAC, persi qualche anno fa a causa della solita fila e persi anche a Milano: quest’anno si guadagnano il palco principale e finalmente posso vederli come si deve. Niente di particolare, devo dire, sludge pesante all’americana però mi piacciono da sempre e va bene così…. ma va davvero bene così? Perché sarebbe facile dire lo stesso dei successivi MORNE. Anche loro sono una di quelle band che te le ritrovi a tutti i festival, hai visto già non so quante volte (per me oggi credo sia la terza o quarta), suonano dappertutto e rimangono sempre nel limbo di quei gruppi bravi ma basta. E invece…. il suono è quello, ma quel guizzo in più, quell’andamento che alla fine ti ipnotizza: ero entrato dicendo “vedo due-tre pezzi, tanto sarà la solita minestra”… dopo un po’ mi vedete ondeggiare (in buona compagnia) e me li vedo tutti, in questo modo perdendomi l’inizio dei CAVE IN. Ammetto che pur essendo un gruppo fondamentale, io non li ho mai seguiti e anche oggi resto abbastanza indifferente, ma non si può dire lo stesso del pubblico che riempie in tutti gli angoli il main stage, tanto che per vedere qualcosa finisco per la prima volta in piccionaia. La commozione per la scomparsa di Caleb Scofield è ancora forte e quando suonano le band di cui ha fatto parte, un pensiero a lui va sempre e magari mitiga anche il giudizio. Purtroppo anche quest’anno è funestato da una scomparsa, avvenuta solo ieri: Mikiel Eikenaar era piuttosto conosciuto da queste parti, come collaboratore del festival e cantante dei DODECAHEDRON. Era previsto che suonassero oggi, all’interno della rassegna black “Maalmstrom” e nel suo ricordo lo fanno, alla presenza di parenti ed amici, in una specie di struggente funerale laico. Intanto ORCHESTRA OF CONSTANT DISTRESS suonano nell’attigua Green Room: anche qui entro senza sapere niente e rimango agganciato dalla loro esibizione all’insegna della “canzone mononota”, anzi quadrinota! Il bassista esegue per l’intero concerto esattamente le stesse quattro note, screziate da tastierismi e da un chitarrista che, più che suonare, si esibisce in mosse da palestra, tipo “corsa sul posto”. Davvero particolari e starei anche lì l’intera ora della loro esibizione, non fosse che dall’altra sala si comincia a sentire il countdown per l’allunaggio…

Sleep – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Gli SLEEP stanno per palesarsi in un’esibizione che riprende per intero il classicissimo Sleep’s Holy Mountain. Indipendentemente dai brani suonati, ai tre piace sta cosa dello spazio: la prima volta che li vidi era sempre qui, nel 2012, e mandarono in orbita anche me, rinchiudendomi in una capsula sonica, mentre tutt’intorno vibravano muri e colori… stavolta scelgo un approccio un po’ più terra terra e mi piazzo ben sotto il palco (cioè, come cerco di fare sempre… ma non sempre ci riesco). Questo mi dà una prospettiva un po’ più realista: Al Cisneros è IL BASSISTA, ma trovo che tra lui e Matt Pike ci sia una tensione, qualcosa di strano… vabbé, qui non si va né a gusti, né a giudizi tecnici, qui ci va la fede. E io li adoro, però ecco… tutti in visibilio, ma io credo che possano fare di meglio (lo dimostreranno domani) e mentirei se dicessi che è stato il concerto della vita. Ad un certo punto, Matt Pike interrompe tutto… molla lì la chitarra ed esce, sguardi degli altri due che mi sembrano stupiti, tentativo di Cisneros di improvvisare qualcosa alla cazzo… vanno via in anticipo e io ringrazio perché ciò mi permette di uscire e vedere il finale della fatina LOUISE LEMON, grazia elettrica e fermacapelli manzoniano. Vorrei davvero rivederla in maniera più esauriente, ormai per stasera è tardi. Mentre URAN GBG infiammano la sala grande con costumi da film di fantascienza di genere e sonorità elettroniche weirde, io preferisco ritirarmi in un angolo e godermi il calore di JAYE JAYLE: ma che ne so io di Evan Patterson, se non che è il fratello di Ryan (quello dei FOTOCRIME) ed i più pettegoli mi dicono che è il fidanzato di Emma Ruth Rundle (sarà vero?). Suona anche negli Young Widows: anzi, questi ultimi – che qualche ora fa non mi hanno impressionato particolarmente con il loro noise rock – sarebbero il suo gruppo principale… e quindi? Resto per un’ora intera a immergermi nel chitarrismo cupo e vibrato di questo suo progetto parallelo che nasce come one-man band ma si è adesso evoluto in un gruppo vero e proprio, votato a quel genere detto “americana”, blues, country, folk ricco di colori oscuri ed accenti notturni (e la voce così cupa mi rcorda anche Nick Cave, vagamente). Per niente il mio genere, ma ne rimango conquistato.

THOU – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Domenica 14 aprile: l’ultimo giorno di festival è sempre un po’ triste… lo vedi che un po’ di gente è già andata via, alcuni spazi sono già chiusi, al merchandise rimangono quattro irriducibili… però quest’anno magari la sensazione di “abbandono” è minore… sarà perché due delle più grosse bombe sono in arrivo oggi? Per i DAUGHTERS, il recente approdo su Ipecac con l’album You won’t get what you want (dei quattro dischi precedenti, due erano su Hydra Head) sembra avere generato un hype che li sta accompagnando per tutta Europa, facendone una delle band del momento al di là dei generi. Look minimale, tutti in un nero semi-formale, i cinque dominano una cascata di secco noise, dando redini libere ad un impatto sonoro che sul disco sembra contenuto per ragioni espressive. E nulla basta a contenere la carica selvaggia di Alexis S. F. Marshall che porta all’esasperazione un’attitudine “bannoniana” al palco, ferendosi (credevo fosse finto quel sangue, ma considerando che sbatteva dappertutto, forse era anche vero), lanciandosi sul pubblico che a momenti lo travolge, ma lui riemerge e riappare in piedi sul bancone del bar: intendiamoci, non inventa mica niente e si sta anche poco a dire “eh sì, ma Iggy Pop queste cose le faceva cinquant’anni fa”, però in questo contesto una proposta così fisica non è che si veda spesso. Abbandonano alla spicciolata il palco, lasciandoci attoniti mentre lui si concede un ultimo siparietto spaccatutto. Io da qui non mi muovo, ché THOU tra poco occuperanno questo stesso palco. Quest’anno sono “artist in residence”, presenti all’intero festival e per più di un’esibizione. Normalmente, è importante vederle tutte, in quanto le varie band coinvolte hanno la possibilità di esibire lati diversi della propria personalità e quest’anno THOU hanno sfruttato al meglio questa chance, mostrandosi in quattro concerti e vesti diverse: acustici alla KoepelHal; in collaborazione con EMMA RUTH RUNDLE, con la quale stanno preparando un intero album; memori delle proprie radici punk nel set semi-improvvisato allo Skatepark, tutto fatto di cover dei Misfits cantate in coro da e con il pubblico; e infine guadagnandosi oggi il main stage con il proprio set “classico”, pesantissimo e molto legato alla proposta del recente Magus. Penso a quanta strada hanno fatto dalla prima volta che li vidi, al Dauntaun, scantinato marcio e puzzolente nelle viscere del Leoncavallo; come il loro suono del resto, che ha interiorizzato metal, punk, doom, sludge e chissà cos’altro in un suono che sta nel genere, certo, ma lo trascende, elevandolo, ed è qualcosa che devi avere davvero dentro, non si spiega, ma non riesce a tutti. Non riesce, ad esempio, agli OLD MAN GLOOM, forse persino più pesanti e sulfurei di quando c’era ancora Caleb Scofield: ma finisce lì.

CAVE – Foto di Adriano “Magou” Di Gaspero

Intanto mi perdo MARISSA NADLER, che ci tenevo, e l’occasione di dire addio a Het Patronaat: i locali sono stati venduti e nel 2020 non saranno più disponibili. Breve deviazione per GNAW THEIR TONGUES che, accoppiandosi con CROWNHURST riesce a sputtanarsi tutta la buona impressione che mi aveva fatto l’anno scorso (o era due anni fa?): quella che era elettronica caotica ma bella, stasera sono solo boccacce, anche se la cover di “Ooops, I did it again” farà parlare di sé. Difficile intrufolarsi ai BOSSK, che a quanto pare si esibiscono dal vivo molto raramente. Sarà per questo che riescono a intasare la Green Room, prima volta in cui vedo la gente rimanere fuori da questa sala. Io dentro ci sono e riesco a seguire un po’ del loro sludge riffoso, che però sa aprire anche squarci atmosferico-malinconici in una tempesta di watt. Però proprio non si respira e mentre mi riposo su una panca sento i primi suoni di un nuovo countdown: meglio guadagnarsi un posto ben sotto il palco, SLEEP stasera danno lezione di “scienze”. Propongono in maniera integrale l’album più recente, ma poi si allargano ad altro materiale classico e stasera sì che ci stanno dentro, ci guidano tutti nella “terra dei riff”. Fondono ampli, ma niente li ferma: IL BASSO e LA CHITARRA, ciascuno ai due lati del palco, ma non sottovalutiamo Jason Roeder, batterista mostruoso ex-Neurosis, che li tiene insieme. A volte cinicamente mi viene da pensare che nel 2019 siano un po’ meno essenziali di qualche anno fa… ma intanto per due ore ci hanno portato di nuovo sulla luna. E dopo resti in orbita: le note freakkettone dei CAVE sono gli ultimi ricordi sonori di quest’anno, mentre boccheggio su una panca e ancora non penso al ritorno.

Tutte le foto sono tratte dal profilo Instagram di Adriano “Magou” Di Gaspero.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.