Mansion: First death of the Lutheran

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Rafforzano l’ala mistica del doom del quale ricuperano il rigore mistico, i finnici Mansion. Insieme allargato che conta tredici elementi, tessitore di trame sonore austere, severissime; Alma, la cantante, officia il rito, nodale per la comprensione dei testi (esplicito è il titolo dell’opera) è l’adesione del complesso al kartanesimo (vi invito ad effettuare una ricerca sulla fondatrice Alma Kartano e sulle vicende di questa frangia ultra-ascetica del Cristianesimo). Oltre a strumenti “tradizionali” del rock, i Mansion si avvalgono di organo, ghironda, trombe, violini, assolutamente necessari e funzionali all’edificazione di un apparato sonoro disadorno ma non modesto e men che meno rozzo, le attuali correnti nelle quali il doom si è rifratto, predilette a coloro che cercano visibilità, vengono ripudiate dal complesso nel nome di una liturgia ultra-ortodossa che trova riferimenti anche nell’operato recente della Von Hausswolff. Il ricupero del “senso” stesso del genere, della sua più intima essenza espiatoria. Non temono il confronto nemmeno con “The eternal” (i nomi di chi la firma sono noti se leggete Ver Sacrum), fornendone una interpretazione appropriata nel suo incedere solenne che ne amplifica il senso di angoscia, di rovina imminente, tratto saliente dell’originale. L’oscurità di First death of the Lutheran non è artefatta, creata ad arte per sorprendere l’uditorio, per farlo proprio. I Mansion chiedono di più, lo pretendono, lo fanno assumendo una gestualità ecumenica, il doom è un culto, ed i finlandesi si propongono come suoi autorevolissimi officianti. Pare addirittura un disco fuori dal tempo attuale, tanto è profondo. Assolutamente necessario.

 

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