Virginiana Miller: The unreal McCoy

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Circa le motivazioni che hanno convinto/spinto Simone Lenzi ad abbracciare l’inglese, per quello che è il rientro dei VM sulle scene dopo “Venga il regno”, avrete già letto. Mi ricordo di un loro brano, “Frequent flyer”, sono passati circa dieci anni, ma era un episodio. Ora però si cambia. Si cerca nuova ispirazione, la si trova in quell’America che è ancora serbatoio pressoché inesauribile di storie, a volte grandiose, a volta rovinose, di vincitori e, troppo spesso, di perdenti. Perché è vero, se uno ce la fa, mille altri cadono. Ricordo quel paesino, in Texas, comparso quasi dal nulla. Le casette apparentemente ordinate, colla staccionata, il vialetto, il prato. Poi t’avvicini, ed al posto del vetro una finestra è chiusa da una pellicola di plastica, i gradini che portano al patio sono sfondati, poggiano l’uno sull’altro come per miracolo, il tetto è malconcio, l’automobile parcheggiata sull’erba lascia intravedere ampi spazi di terra bruciata dal sole. Quattro panni a stendere, una maglietta bucata. Nessuno in giro, fantasmi. A pochi chilometri da Houston, che ci aveva salutati esibendo un Tempio immenso; un tassista che teneva la Bibbia sul cruscotto, a portata di mano (nel cassetto magari aveva la Colt .45) ci disse che l’impianto audio era imponente, “like Madonna…”. Sì, “quella” Madonna, non la Madre di Gesù. “Albuquerque” chiude The unreal McCoy, raccolta di storie di fallimenti, di disastri personali, di rimpianti. Che rappresentano bene una faccia dell’America, ma non è tutto così, dai… Gran bella canzone, chitarra ed ambientazione desertica, segno che i Virginiana Miller hanno visto giusto, hanno osato ed hanno raggiunto l’obiettivo. Con qualche aggiustamento che si dovrebbe apportare qua e là, ma ormai è fatta.

La title-track inaugura la lista di nove canzoni, ed è epica americana espressa da tutta la retorica che ha saputo esprimere. Impregnata fin nell’intimità di un orgoglio violato dalla sconfitta. I testi li comprendi, perfettamente, Lenzi pare sottolinearli con la sua voce, renderli perfettamente distinguibili. Mica lo sbiascicato dei nativi. Non ci si può nascondere, non ci si deve rifugiare nel comodo straniero tanto nessuno ci capirà nulla. “Lovesong” rammenda/rammenta The Cure, gli strumenti tessono trame fitte, è il buio/non buio della periferia della metropoli, illuminata da lampade che funzionano ad intermittenza. “Old baller” si muove leggiadra ma non c’è nulla, proprio nulla, da ridere. “Motorhomes of America” attraversa le pianure sconfinate, ove solo l’orizzonte pare fissare un punto, una meta da raggiungere. Ma più ci si muove incontro a quella linea immaginaria, più questa fugge via. Come la buona sorte, d’altronde. “The end of innocence” ti lascia solo con la tua coscienza, “Soldiers of leave” e “Christmas 1933” faccio fatica a comprenderle, “Toast the asteroid” mi riporta indietro, ma non so dove, più la ascolto più mi sovvengono riferimenti divergenti. Poi arriva “Albuquerque”, e tutto si chiarisce.

Forse volevano scherzare, i Virginiana Miller. Cantare un’America “loro”, immaginata, romanzata. Il risultato è invece incredibilmente reale, come le vicende che narrano, che potrebbero essere tratte dal foglio locale di une delle tante cittadine del Mid West, di quello spazio enorme ed indefinito, dove si può trovare di tutto, o niente. Violenza domestica, alcolismo, abbandono. Dove chi le abita magari non ha mai lasciato il proprio Stato, la propria Contea… No, non è l’America di Manhattan, quella dei Virginiana Miller. Quella di The unreal McCoy è un’America vera, straordinariamente reale, pur se letta collo sguardo di chi vive così lontano che nemmeno gli americani sanno dov’è (siamo tutti di Venezia o di Roma, quando ci chiedono di dove veniamo…).

https://youtu.be/0xsQd3VwUrc

 

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