Vr Sex: Human Traffic Jam

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Come abbiamo letto nella bella intervista rilasciata al nostro Tears on Parade, quest’anno l’eclettico Deb Demure ha pubblicato per Dais Records l’album di un progetto collaterale ai Drab Majesty e completamente diverso da questi ultimi. Si tratta di Human Traffic Jam di Vr Sex, un lavoro difficilissimo da etichettare ma di grandissimo interesse. Il nostro, che qui utilizza lo pseudonimo Noel Skum e ha registrato tutto il disco da sè con il produttore Ben Greenberg, sembra ora rifarsi a svariati filoni, oltre al deathrock/synth-punk, da lui stesso citati: vi ritroviamo infatti reminiscenze industrial con rumorismi occasionalmente potenti, momenti noise abbinati a chitarre vibranti che ricordano i Drab Majesty, per quanto sullo sfondo sia sempre presente l’ispirazione postpunk. Il risultato è sicuramente positivo e molto singolare; ovviamente Human Traffic Jam apparirà sorprendente per gli ormai numerosi fan di Drab Majesty che vi cercheranno inutilmente paesaggi malinconici e sognanti e, forse, non sapranno accettare, invece, il suo mood intensamente dark e lo spirito distopico che lo anima. Si inizia con “Surrender”, un brano che, a dire il vero, non è del tutto privo dell’impronta Drab Majesty, che si percepisce in particolare nella chitarra: l’atmosfera assume però tinte assai più oscure, perfino opprimenti, con impetuosi ‘muri’ di suoni che stupiscono e spiazzano. Subito dopo, “Downgrade” esordisce con intriganti sonorità elettroniche sulle quali intervengono, nuovamente, fosche note di chitarra: il ritmo accelera strada facendo, per confluire in un contesto convulso decisamente ansiogeno. Poi, bypassato l’angoscioso intermezzo di “Epiphany Gridlock”, ecco l’afflato postpunk di “Sacred Limousine”, uno degli episodi più validi, in cui sferzanti passaggi di chitarra sono abbinati al canto insolitamente aspro, mentre la cupissima “Maiden China”, aggressiva e rabbiosa, oscilla fra i The Soft Moon e l’industrial più ‘arrabbiato’. Delle restanti tracce, menzioniamo “Cheek Detritus”, fredda e ‘cattiva’, una di quelle più vicine all’area ‘industriale’ e “Facts Without Faces”, che torna al postpunk, trasmettendo una malinconia infinita. Chiude l’album la lunga, strumentale “Corridor (Epilogue)” che diluisce in un complesso e variegato scenario ambient la nuova anima di un artista che ci affascina sempre più.

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