Jerne, Claire & Co. – Le pronipoti di Carmilla

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La Bella Addormentata vampira ne “La Signora della Casa dell’Amore” di Angela Carter, la giovane Jerne Voltampère ne “La vampira snob” di Noémi Szécsi e l’ambigua coppia di sorelle (o sono madre e figlia?), Claire e Eleanor in “Una storia di vampiri” di Moira Buffini sono le vere pronipoti della Carmilla di Le Fanu.

Vampire postmoderne, esse raccolgono l’eredità della capostipite, la sua femminilità ribelle e predatoria ma anche melanconica e, grazie a un costante dialogo con sé stesse e al recupero della loro parte umana, la attualizzano in figure di donne che, se da un lato sono state obbligate a “mostrare i denti” per sopravvivere, dall’altro sono arcistufe di essere additate a “idoli di perversità” e vogliono riprendersi la libertà di amare senza più temere di essere considerate mostri.

Sono loro, a mio avviso, le revenant letterarie più interessanti degli ultimi quarant’anni; quelle che, manifestandosi attraverso le diverse voci del femminile contemporaneo, non restano imprigionate nel cliché, soprattutto cinematografico, della “vamp” mangiatrice di uomini e hanno ormai superato il complesso di inferiorità nei confronti dei colleghi maschi, rispetto ai quali, per troppo tempo, le loro madri e nonne si erano trovate a rivestire un ruolo ancillare o, comunque, raramente da protagoniste.

E, dunque, andiamo a incontrare queste vivissime non-morte, seguendo una sottile linea rossa che, secondo la miglior tradizione, scorre da Oriente a Occidente e dalla Romania ci porta in Ungheria e Gran Bretagna.

 

 

La Contessa Nosferatu

“The Lady of the House of Love” (“La Signora della Casa dell’Amore”) è uno dei racconti della raccolta di short stories “La Camera di Sangue” (“The Bloody Chamber”, 1979) di Angela Carter (1940-1992), scrittrice britannica nota per le sue opere horror-fantasy di taglio femminista e – almeno in Italia – per il suo saggio magistrale sui personaggi femminili nei romanzi del Marchese de Sade (“La donna sadiana”, 1978).

Ne “La Camera di Sangue” Carter riscrive alcune delle favole più famose (Cappuccetto Rosso, La Bella e la Bestia, Barbablù, eccetera) con l’intento principale di portarne alla luce i significati latenti sotto l’aspetto della sessualità femminile, ma non solo.

In “The Lady of the House of Love”, infatti, se per ambientazione (un palazzo in rovina che domina un villaggio abbandonato della Transilvania) e caratterizzazione visiva della protagonista (“così bella da sembrare innaturale”) la Contessa vampira, doppio oscuro de La Bella Addormentata nel Bosco, risulta molto “classica”e aderente all’immaginario romantico della Dama senza Pietà, sotto l’aspetto psicologico è la domanda che la donna rivolge a sé stessa a essere centrale e a darci la chiave di lettura, questa sì davvero moderna, sia rispetto al dramma che si consuma dentro di lei ogni volta che conduce per mano la propria vittima verso l’alcova, sia rispetto all’imprevisto esito al quale arriverà grazie a un uomo mortale.  

“Can a bird sing only the song it knows, or can it learn a new song?” (Può un uccello cantare solo la canzone che conosce, o può impararne una nuova?) si chiede la Contessa Nosferatu mentre osserva la sua allodola in gabbia (ma “lark” significa anche “scherzo”, “beffa”) e, di pari passo alla fame, in lei esplode la terribile sofferenza per la condanna eterna di dover subire una non-vita imposta da un lignaggio famigliare bestiale, per cui prova disgusto ma al quale non sa come ribellarsi.

La bella Signora, infatti, è prigioniera nella sua oscura magione, circondata da un giardino nel quale il roseto che piantò sua madre ha creato un muro invalicabile di spine e fiori dai petali osceni.

Abbigliata con un vetusto abito da sposa, trascorre le sue interminabili nottate in attesa di un uomo “sotto gli occhi dei ritratti dei suoi dementi e atroci antenati” e si concede, triste ragazza morta e perennemente vergine,  un unico “svago”: la lettura dei Tarocchi, il cui responso, però, è sempre lo stesso: saggezza, morte e dissoluzione.

“In her dream, she would like to be human” (“Nei suoi sogni, vorrebbe essere umana”) ci svela ad un certo punto Carter, mantenendo però l’orrenda visione nella quale la Contessa si muove, accompagnata da una vecchia governante che – da brava servitrice di vampiro – adesca con promesse di ospitalità e cibo i giovani pastori che si rinfrescano alla fontana del paese fantasma e, una volta compiuto il banchetto della sua padrona, provvede solerte a seppellire in giardino i resti delle vittime, bruciarne gli indumenti e pulire le lunghe unghie della dama per cancellare ogni traccia del delitto

Visione che cambia, con uno stacco netto, quando dopo due versi che odorano ancora di sangue e di buio, ci si ritrova in una calda, matura estate dei primi anni del secolo scorso e nella scena irrompe, come un fascio di luce dorata, un giovane e biondo ufficiale dell’esercito Britannico dagli occhi blu e il corpo muscoloso; un principe apollineo in licenza premio, che si aggira fra le selve della Transilvania a bordo di una bicicletta (sicuramente mezzo più attuale di un cavallo) e al posto della spada brandisce un’arma forse ancor più pericolosa: la verginità.

Da qui in avanti, la musica non è più la stessa e noi comprendiamo, fin dalle prime note, che per  l’allodola è stata scritta una nuova canzone.

A dispetto del solito copione, che governante e Contessa tentano di seguire al millimetro, la terribile innocenza dell’uomo fende senza pietà il muro di spine che tiene prigioniera la Bella Addormentata e – attraverso scene di un’ironia davvero letale – assistiamo all’amorevole dissoluzione del vampiro e del suo dramma per opera di un esorcismo umano dal quale i ritratti degli antenati sono obbligati a distogliere lo sguardo.

“How can she bear the pain of becoming human?

The end of exile, is the end of being”

“Come potrà sopportare il dolore di diventare umana?

La fine dell’esilio è la fine dell’esistenza.”

sembrano sibilare i vecchi mostri attraverso i loro canini.

La mattina seguente il giovane ciclista viene svegliato dal canto dell’allodola. Dalla finestra entrano l’aria estiva e la luce del sole: la stanza dell’orrore nella quale erano periti in molti, con il catafalco e gli addobbi funerari, appare, agli occhi dell’uomo, niente più che una scenografia da quattro soldi.

Della ragazza non v’è alcuna traccia. Il giovane nota solo la sua corta camicia da notte, leggermente macchiata di sangue, abbandonata ai piedi del letto e una rosa che fa capolino dalla finestra.

“I will vanish in the morning light; I was only an invention of darkness”

“Svanirò nella luce del mattino; ero solo un’invenzione delle tenebre”

Dopo aver trovato la fanciulla – definitivamente – morta nel budoir il soldato lascia la Romania, ritornando al reggimento.

Tuttavia, a riprova che da un certo esilio, forse, non si esce mai, la rosa della Contessa Nosferatu verrà “riesumata” dai ricordi polverosi di quella strana e patetica vacanza e riportata a una innaturale fioritura. Il suo profumo, presago di morte, saluterà per l’ultima volta il biondo ufficiale proprio alla viglia dell’imbarco del reggimento per la Francia.

 

Jerne, la vampira Ugrofinnica

Dalla Romania ci spostiamo in Ungheria e, per la precisione, nella bellissima Budapest.

Qui, in un “bilocale dotato di ogni comfort”, insieme alla splendida nonna dall’aspetto di una scultorea quarantenne ma, in realtà,  bevitrice di sangue “da almeno due secoli”, vive Jerne Voltampère, la protagonista del romanzo di esordio di Noémi Szécsi “Finnugor Vmpir” (2002), tradotto e uscito in Italia nel 2014 come “La vampira snob” nel tentativo (secondo me abbastanza maldestro) di spiegare al lettore, fin dalla copertina, che in questa storia abbiamo a che fare con donne vampiro molto diverse dalle procaci vamp sadomaso dei fumetti o dei film di bassa lega.

Se questo è vero, nonostante il titolo italiano che rischia di banalizzare tutto, si tratta comunque di un bel romanzo di formazione nel quale, fra un ghigno e l’altro, seguiamo Jerne nella sua metamorfosi da umana in rotta di collisione con la tradizione familiare a giovane donna vampiro in cammino per trovare la propria strada.

La storia di Jerne, infatti, si divide fra un prima e un dopo. Il passaggio a vampiressa coincide, come di norma, con la sua morte “fisica” ma, soprattutto, con la morte della sua anima.

Secondo i dettami della ricchissima nonna, che “fa girare in Borsa una somma di modesta entità, giusto per salvare le apparenze”, Jerne, non essendo versata per gli affari, studia letteratura in un college inglese (“Ottima decisione, specialmente quando non si ha la preoccupazione di come guadagnarsi il pane”) all’unico scopo di trovare, a sua volta, un lavoro di copertura.

Dopo la laurea si impiega come correttrice di bozze in una casa editrice, la Elettra & Socio, dove, fra la revisione di un manuale di autoaiuto e l’altro, spera di riuscire a pubblicare le sue favole per bambini.

È qui che conosce Jermk, il “Socio”, nonché compagno della titolare Norma-Elettra (“Nello scegliere un nome per i propri figli, talvolta i genitori si dimostrano di una crudeltà inaudita”) con il quale prova, per la prima volta, l’ebbrezza di succhiare il sangue di un uomo; pratica tanto caldeggiata dalla nonna ma alla quale Jerne non aveva ancora mai voluto accostarsi.

Il fatto è che Jermk è egli stesso un vampiro e dei più pericolosi: Norma-Elettra lo descrive come un narcisista maligno, Jerne “vampiro disfunzionale”.

“Sai, ci sono uomini che tormentano le loro compagne con sincere confessioni. Parlano di onestà soltanto per vedere come soffre l’altra e sentirsi potenti. È con questo che colmano la loro mancanza di coscienza.”

Con ogni probabilità Norma-Elettra era convinta di condividere la sua vita con un individuo subdolo, smidollato e traditore. Ma io decisi di non aprirle gli occhi sul fatto che in realtà dormiva nello stesso letto con un vampiro dalla personalità disfunzionale.”

Norma-Elettra, scoperta quella che dal punto di vista umano è la solita tresca extraconiugale, licenzia Jerne nella cui vita, intanto, parallelamente a un vecchio compagno d’infanzia, Somi, è comparso un angelo. L’angelo si è installato nella sua camera e si comporta come il Grillo Parlante della favola di Pinocchio, solo che è muto e per mandarle messaggi scrive.

Il giorno che Somi la raggiunge a casa per dichiararsi, però, Jerne viene ricontattata da Jermk con la scusa di restituirle il pigiama che aveva lasciato da lui. La ragazza cade nella trappola e va all’appuntamento.

All’inizio il perfido vampiro-narcisista sembra davvero dispiaciuto per l’accaduto (“Sai, se ci penso, non mi sarei dovuto permettere di fare certe cose”, disse Jermk, e levò su di me i suoi occhi umidi di lacrime.) ma, ben presto, si rivela in tutta la sua mostruosità e per Jerne giunge l’ora di morire.

Rispetto alla Contessa Nosferatu, qui, la trasformazione avviene all’opposto, proprio perché Jermk è un anti-principe e come tale, non essendo innocente e puro ma subdolo e corrotto, opera per creare un legame anziché scioglierlo.

Jermk non desidera liberare Jerne, vuole solo soggiogarla per potersi nutrire di lei e ridurla in suo potere. 

L’epilogo del “prima”, della vita ante mortem, inoltre, corrisponde a un disvelamento: Jerne è risorta vampira da pochi giorni e si gode insieme alla nonna il fresco di una serata di giugno quando, nella piazza sottostante alla terrazza nella quale si trovano, passano Jermk e Norma-Elettra.

“La nonna seguì la direzione del mio sguardo e il suo volto si distese nel sorriso tipico di quando si riconosce qualcuno. Sembrò esitare per qualche istante, ma poi disse: «Li vedi, Jerne? Quei due laggiù. Sono tua madre e tuo padre»”.

Dopo questa esperienza l’innocenza di Jerne, la sua fiducia negli uomini – così come certe velleità letterarie – sono messe da parte e l’inizio della sua vita post mortem la vede sgobbare in un ristorante vegetariano (per imparare a essere austera, come la nonna) e cercare una donna come “oggetto del desiderio” (per imparare a essere sadica, come la nonna).

Chiaro che, dato il modello nonnesco, per Jerne non può trattarsi di una donna qualsiasi e, soprattutto, non può trattarsi di una donna brutta.

“Volevo entrare in intimità con una giovane donna ungherese di una certa intelligenza, perciò decisi di prendere lezioni di lingua. (…) Non appena giunsi a questa decisione [approfondire lo studio dell’ungherese, n.d.r.] passai all’azione. Affissi il mio annuncio alla parete di un caffè frequentato da intellettuali, mi sedetti al tavolo più vicino, ordinai un’acqua minerale e rimasi in attesa della vittima.”

La prescelta si chiama O. (sic!) fa la poetessa, è carina e sufficientemente arrendevole da indurre Jerne a iniziare il suo gioco di seduzione. Gioco che non vi dico come va a finire, ma nel quale entrerà anche il vecchio amico Somi, ormai diventato una star della musica.

Intanto, mentre la nonna si trasferisce a Helsinki e Jerne prende sempre più le distanze dalla falsa immagine di sé come artista incompresa e sofferente, lo zio Oszkr, surrogato paterno di wildiana memoria, entra in possesso della sua eredità e invita la sua figlioccia a partecipare a un giro del mondo. 

Questa per Jerne sarà finalmente l’occasione buona per recidere davvero i legami famigliari e risorgere ancora, sempre vampira, ma con una propria, originale, identità.

 

Claire e Eleanor, le vampire di Byzantium

Il viaggio nel vampirismo femminile contemporaneo, che parte dalla Contessa Nosferatu e arriva alla storia che sto per raccontarvi, si chiude con le protagoniste della pièce teatrale “A Vampire Story” (2008) di Moira Buffini: le sorelle Claire e Eleanor, due donne perennemente in fuga, legate da un rapporto ambiguo, che si stabiliscono in una piccola cittadina britannica senza nome allo scopo di fare una vita tranquilla.

Claire, la maggiore, con precedenti per furto e esercizio della prostituzione, lavora come barista e si prende cura di Eleanor, sedicenne con disturbi alimentari e mentali, vittima di stupro mentre, ancora bambina, si trovava in una casa-famiglia dopo la morte della loro madre. 

O almeno, questo è ciò che sembra finché non entra in campo Ella, il Doppelgänger di Eleanor e durante una lezione la ragazza dice a compagni e insegnante di essere un vampiro: “I freely confess that I have stayed alive for all these years by drinking human blood. (Confesso liberamente di essere sopravvissuta per tutti questi anni bevendo sangue umano)”.

All’inizio, ovviamente, tutti la prendono come una metafora e gli insegnanti riconducono il bizzarro comportamento a uno sbotto adolescenziale ma quando per il corso di drammaturgia Ella/Eleanor incomincia a scrivere una storia incredibile, ambientata oltre un secolo prima, nella quale narra il tragico passato suo e della sua sorella-madre Clara, nonché di un magico luogo nel quale si attinge alla vita eterna (Byzantium) e finisce con il bere sangue di maiale durante un laboratorio di Tecnologia Alimentare, i sospetti sulla sua stabilità mentale diventano certezze e costringono Claire a gestire la situazione.

Novella Christabel, Eleanor/Ella è una povera creatura vincolata a un terribile segreto che cerca di rivelare tramite una fantasmagoria nella quale il suo essere morta e sembrare viva prende le sembianze del mito vampirico.

Nella scena numero 7, ecco cosa dice sulla sorella-madre a Frank, il solo che, essendo cresciuto in totale solitudine, lei sente vicino a sé:

ELLA        Non ti piacerà

FRANK     Perché?

ELLA        Perché ti mentirà. Claire ci proverà e ti dirà che ho solo sedici anni. Ti racconterà che nostra madre è morta di cancro tre anni fa. Ti racconterà che non sono riusciti a rintracciare il nostro inutile padre e così sono finita in una casa-famiglia. Claire ti racconterà che lì sono stata violentata. Lei è venuta a cercarmi e mi ha trovata alienata e con tendenze suicide. Ti racconterà che ha combattuto per me, mi ha salvata e ha soffiato la sua forza vitale dentro di me. Da allora, è diventata mia madre. Ti racconterà che vaghiamo di città in città per sfuggire agli assistenti sociali e alla polizia e che si imbarca in lavori malpagati perché le danno la possibilità di rubare. Ti racconterà di come il suo cuore di gazza sia soddisfatto da semplici, piccoli piaceri. Ti dirà che vive pienamente ogni momento – ed è così. La mia sorella-madre è spietata Frank, e lo sono anche io.

Dal canto suo, anche Clara/Claire non controlla più le proprie pulsioni distruttive e in quello che appare come un delirio di vendetta nei confronti dei maschi violenti e abusanti di tutti i tempi e di tutti i luoghi, si nutre di un compagno di classe di Eleanor e anche di un suo insegnante…

Ma quando il cerchio si stringerà intorno a entrambe, pur in un ultimo tentativo di evitare alla sorella-figlia un nuovo internamento, dovrà rassegnarsi all’inevitabile. 

Se in questa storia il vampirismo si traduce, sub specie humanitatis, in malattia e patologia psichica; nel film di Neil Jordan ispirato all’opera teatrale (2012), invece, per il quale Buffini ha comunque realizzato la sceneggiatura, emergono altri aspetti: il “Byzantium” di Jordan oltre a finire molto diversamente rispetto alla pièce, calca di più la mano sui temi dell’emarginazione, della diversità, della violenza e ritrae il vampiro femmina come uno strumento della giustizia.

Quando Claire, dopo la metamorfosi, si trova al cospetto dei vampiri della Fratellanza che vogliono bandirla in quanto donna, alla domanda su come avrebbe usato il dono dell’immortalità risponde: “Punirò coloro che sfruttano i più deboli e fermerò il potere degli uomini.”

E non a torto: le figure maschili del film, eccetto il giovane innamorato di Eleanor e un amico di Claire grazie al quale le due trovano rifugio in una località marina, sono tremende; quelli sono i veri mostri, laddove le due vampire ci appaiono in tutta la loro umanità di donne che hanno sofferto a lungo e chiedono, in fondo, solo un po’ di pace. 

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Angela Carter, The Bloody Chamber, Vintage Books, London, 2006

Noémi Szécsi, La vampira snob, Baldini&Castoldi, Milano, 2014

Moira Buffini, A vampire story, Samuel French, London, 2016

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